Michela Diani

L’incontro con la Pedagogia Clinica accadde per caso. Fu una scoperta graduale e curiosa, sia dentro che fuori di me.
Se la Pedagogia Clinica affonda le sue radici nella storia e nella filosofia socratica e in particolare nell’arte della maieutica, penso di poter dire che prima di utilizzare il suo contributo con gli altri, essa ha mostrato il suo valore su di me. Per me è sempre stato molto importante “fare mio” un sapere e assimilarlo, non lasciarlo al mero apprendimento teorico.
Socrate camminava con i suoi allievi mentre trasmetteva loro le sue idee e condivideva le sue riflessioni, la crescita era un processo reciproco, anche se lui era il maestro.
Ecco, credo sia questo accompagnare, questo stare con l’altro che rende la pedagogia clinica qualcosa di diverso, in un panorama scientifico che tende a divenire sempre più tecnologico e distaccato.
Sebbene sia una scienza umana ricca di significato, di metodi e strumenti concreti che possono essere utilizzati in studio o nella progettualità di gruppo, credo che il suo valore più importante risieda nel suo approccio globale alla persona, nella sua calda umanità partecipativa e nella sua oggettività, che però mai si traduce in arida osservazione né fredda assistenza pragmatica.
Ho avuto modo di lavorare attraverso questo approccio sia in attività e progetti di aiuto nella difficoltà e nel disagio, così come nello sviluppo delle potenzialità e nell’empowerment, nella formazione e nell’insegnamento.
In particolare, mi hanno dato molta soddisfazione gli interventi con gli insegnanti di gestione dello stress, in cui l’unione tra le tecniche creative e espressive e l’edumovment hanno coinvolto mente e corpo, e i progetti di educazione affettiva con gli adolescenti, entrambe attività che ancora oggi rientrano nelle mie corde di esperienza.
Ricordo anche con piacere i colloqui dedicati all’orientamento scolastico e professionale a cui avevo anche dedicato uno stralcio, in uno dei libri sulla Pedagogia Clinica.
Da diversi anni a questa parte, cerco di declinare il sapere pedagogico clinico nella docenza e nello sviluppo della individualità femminile e nelle situazioni di violenza di genere, un’ area che necessita, forse ancora più di altre, della sua delicatezza e della sua sensibilità, insieme al suo sapere scientifico e la sua profonda capacità di osservazione.
È una sfida costante quella di accompagnare alla rinascita, senza invadere, favorire la crescita senza spingere o forzare i tempi del fiore che deve sbocciare, stimolare la riflessione rispettando i tempi e i modi che l’altro ci offre.
Uno sguardo pedagogico clinico mi guida anche nella ricerca, in particolare nello studio sulla rivittimizzazione secondaria delle vittime di violenza, con l’obiettivo non solo di approfondire i meccanismi drammatici che aggravano il dolore delle vittime e i loro traumi, ma anche con l’obiettivo ambizioso quanto urgente, di trovare nuove strade di lavoro, suggerire alle istituzioni, nuove prassi di intervento più conformi alla Convenzione di Istanbul, più rispettose delle vittime, più aderenti alle più recenti indagini e saperi sulle dinamiche di relazione e più attente alla cura delle ferite interiori.
Non posso nascondere che trasversalmente, la Pedagogia Clinica mi aiuta e sostiene anche nell’attività giornalistica, accompagnandomi nella osservazione del comportamento umano, nello studio dei fenomeni sociali e fornendomi un occhio attento e non superficiale o approssimativo, nella indagine.