Mouvement éducatif e Pedagogia Clinica Intervista a Jean Le Boulch di Angela Barchielli

Affacciati all’anno 2000, l’interazione fra scienze diverse ha la necessità di trovare spazi sempre più significativi. Si ritiene che la sinergia fra Movimento Educativo e Pedagogia Clinica possa dare origine ad un interessante sviluppo delle modalità di aiuto a favore della persona. Su questo argomento, abbiamo chiesto il parere a Jean Le Boulch, fautore di un metodo illustrato in molte sue opere conosciute in tutto il mondo, di cui l’ultima è Per una scienza del movimento.
D.: L’ Isfar promuove Master di Formazione in Pedagogia Clinica,ossia una educazione in aiuto alla persona. La Psicomotricità Funzionale® di cui Lei è caposcuola, come si coniuga con un processo pedagogico-clinico?
R.: Ci sono varie forme di psicomotricità: ad orientamento neurologico e ad orientamento psicologico, in particolare psicoanalitico. La psicomotricità coinvolge risorse neurologiche (e per queste faccio riferimento alla mia laurea in medicina) e risorse psicologiche (e per queste mi riferisco alla mia laurea in psicologia) e per lavorare bene dobbiamo tener conto di entrambi gli aspetti, perché non ci sono due psicomotricità, ma una psicomotricità globale che si indirizza alla persona nella sua totalità funzionale: affettiva, intellettuale e corporea. Dobbiamo considerare il contenuto del corpo, non soltanto del mentale. C’è una grande lacuna nell’educazione contemporanea, soprattutto nella nostra cultura: consideriamo essenzialmente la dimensione intellettuale e tralasciamo quella corporea. È nella visione unitaristica dell’uomo che mi unisco innanzitutto alla Pedagogia Clinica.
Psicomotricità Funzionale® e Pedagogia Clinica hanno lo stesso orientamento nella considerazione della globalità della persona; si rende conto della particolarità della persona, della sua propria personalità, le sue proprie possibilità. Qui mi collego ad una ipotesi contemporanea che arriva come sempre dagli USA e cioè il concetto delle intelligenze multiple, elaborato da Howard Gardner. Le persone non hanno un’intelligenza standard: ognuno è diverso, con delle particolarità intellettuali che si relazionano a quelle corporee. Un altro concetto che accomuna Psicomotricità Funzionale® e Pedagogia Clinica è la concezione attiva della formazione. Siamo quindi all’opposto dell’apprendimento che si fa per condizionamento operante, tramite ripetizione e tramite il s i s t e m a s t i m o l o – r i s p o s t a comportamentista. La concezione comportamentista è quella di inizio secolo. Adesso c’è un’altra strategia d’apprendimento, che accomuna Psicomotricità Funzionale® e Pedagogia Clinica: mi riferisco alla concezione dell’autonomia della persona; quello che è prodotto dalla persona non è soltanto il riflesso dell’ambiente, ma anche qualcosa che può venire da essa stessa, dalla sua propria personalità. Ciò implica necessariamente l’attivazione del soggetto, che non procede semplicemente memorizzando delle conoscenze provenienti dall’esterno, ma facendo uno sforzo vero per appropriarsene, sia impegnando le abilità fisiche che quelle intellettuali e cognitive. Una recente scoperta di stampo biologico dimostra che tutta l’attività del soggetto corrisponde ad una particolare funzione psicomotoria, che è la funzione energetica. Essa corrisponde all’intenzionalità del soggetto nel fare uno sforzo di apprendimento e nello scoprire qualcosa da sé, ed è opposta alla passività del soggetto che si accontenta di imparare riproducendo quanto gli viene insegnato.
D.: La Pedagogia Clinica, indirizzata com’è a soggetti di ogni età, trova nella Psicomotricità Funzionale® un corredo necessario per risolvere i problemi di soggetti adulti e anziani?
R.: Sì, la particolarità dell’approccio è che è applicabile a tutti i livelli di educazione e formazione per ogni età. In passato si credeva che l’organizzazione del cervello si fermasse ad una certa età, che ci fosse ad un certo momento un blocco dello sviluppo delle sinapsi. In realtà si sa adesso che l’attività permette di prolungare il periodo di formazione della persona durante l’età adulta, perché ci sono un sacco di cose che si possono migliorare e la persona è sempre suscettibile di imparare qualcosa di nuovo. In Psicomotricità Funzionale®, così come in Pedagogia Clinica, è messo in evidenza il fatto che si possono sempre migliorare le possibilità della persona, in questo caso impedendone l’invecchiamento prematuro e quindi proseguendo la formazione il più a lungo possibile nell’età adulta, affinché l’uomo possa mantenere la sua capacità funzionale.
D.: Lei è fondatore di Ecole du Mouvement Éducatif in Europa ed America Latina: queste scuole su quali principi si basano? Possono in esse trovare espansione in esperienza e conoscenza i pedagogisti clinici?
R.: L’École du Mouvement Éducatif è nata inizialmente come scuola di Psicomotricità Funzionale®, creata dal Professor Pesci con il suo gruppo di lavoro; dato che mi conosceva, avendomi anche incontrato in alcune occasioni, mi ha proposto la direzione scientifica della scuola. Ho accettato ed abbiamo elaborato un programma specifico per la scuola di Firenze, cui io ho dato il mio contributo per l’aspetto psicomotorio, mentre sul piano psicologico la programmazione scientifica deriva essenzialmente dal lavoro del Prof. Pesci e dal suo gruppo – una rete di persone che lavora, col solito orientamento, per lo stesso obiettivo.
Dalla scuola fiorentina viene il maggior contributo; io considero l’Italia un posto privilegiato per il lavoro di Psicomotricità Funzionale®. I principi che guidano la École du Mouvement Éducatif si rifanno alla Pedagogia Clinica sul piano educativo, e si basano sulla Psicomotricità Funzionale®  per giungere a conoscere davvero l’evoluzione dell’uomo. Per far evolvere i metodi educativi bisogna conoscere nel modo migliore lo sviluppo della persona e questo non è possibile se non ci si occupa del movimento. Non si può studiare lo sviluppo della persona unicamente tramite lo studio del suo intelletto e delle sue capacità di apprendimento intellettivo. Occorre andare più lontano con la conoscenza dello sviluppo delle persone, senza limitarsi a considerarne l’aspetto intellettuale, ma facendo uno studio a livello globale della persona e dei suoi movimenti.
D.: L’ANPEC ritiene sia giunto il momento di provvedere alla formazione di professionisti che per mezzo dell’educazione riescono a realizzare delle definite opportunità di aiuto. Non sarebbe opportuno vedere la psicomotricità, che tuttora prevede una specifica figura professionale, come scienza in ausilio alla Pedagogia Clinica?
R.: Assolutamente sì. Ci sono due tipi di psicomotricisti: di orientamento neurologico e di orientamento psicologico. Qui c’è conflitto, il conflitto eterno fra anima e corpo che si trova anche nel settore della psicomotricità. Dato che io sono pienamente convinto dell’unitarietà della persona, ho immaginato la Psicomotricità Funzionale® , che è allo stesso tempo neurologica e psicologica, come scienza ausiliaria alla Pedagogia Clinica e legata alle scienze cognitive (psicologia cognitiva, neuropsicologia, studio dell’intelligenza artificiale, cibernetica), che in modo forse ambizioso io considero un supporto alla scienza del movimento umano. Si ha così una dimensione completamente nuova, che parte dall’acquisizione dei movimenti corporei e mette in evidenza delle funzioni che non sono elaborate da altre discipline, che rappresentano una certa carenza nello sviluppo della persona, in modo particolare della persona adulta. E affinché possa mantenersi adulta dovrà gestire il potenziale fisico, conservare la propria salute, prolungare per molto tempo la sua attività.
D.: Secondo Lei il modo in cui si provvede in Psicomotricità Funzionale®  alla conoscenza delle abilità in un soggetto, si può definire diagnosi psicomotoria, o si deve continuare a chiamarlo bilancio psicomotorio? O altrimenti utilizzare l’uno e l’altro vocabolo indifferentemente?
R.: Io preferisco usare il termine di analisi funzionale. L’analisi funzionale corrisponde all’analisi di competenze psicomotorie e cognitive; io personalmente non procedo tramite l’utilizzo dei test classici, ma con un sistema di analisi funzionale, che descrivo nel mio libro. Non mi piace il termine bilancio, perché evoca competenze sociali-non mi pare abbia un’efficacia completa -; il termine diagnosi invece è troppo vicino al problema medico, mentre sia io che il Prof. Pesci siamo piuttosto orientati verso una dimensione educativa; per questo è preferibile usare “analisi funzionale”, che risolve una volta per tutte la rivalità fra medico e psicologico.
D.: Nella Sua esperienza, la Psicomotricità Funzionale® in utilizzo ad un intervento educativo su soggetti della terza età, quale opportunità di prevenzione e di stimolo ha?
R.: Io ed un gruppo di miei allievi abbiamo fatto un’esperienza all’ospedale di Cernusco di Milano con delle persone anziane che hanno passato la loro vita nelle strutture ospedaliere e sono arrivate a vivere una situazione corporea di passività. È il caso di molti anziani, che non hanno potuto vivere in un ambiente sufficientemente stimolante; nelle case di cura, dove nessuno va a trovarli, nessuno parla loro, non ci sono situazioni di comunicazione sociale, si giunge all’abolizione della funzione energetica, con conseguente limitazione dell’attività della persona. La Psicomotricità Funzionale® permette di riattivare l’attività mentale anche con l’intermediario del corpo, e grazie a questi mezzi, utilizzati in molti Paesi, abbiamo lavorato con le persone anziane. Così si è permesso alla persona anziana di continuare ad avere un’attività sociale.
D.: L’atelier come potrebbe essere meglio organizzato per fronteggiare i problemi di apprendimento e comportamento in età evolutiva? E i problemi di involuzione della terza età?
R.: Deve essere una stanza adatta al lavoro di specialisti che sanno “come funzionano le persone”. E che non si accontentano di far loro fare delle attività stereotipate, che si rifanno quindi alla pedagogia tradizionale; per questo ci sono dei supporti più o meno adatti, in modo particolare i supporti artistici, per l’espressione drammatica di gruppo, la danza, certe attività sportive, adeguate naturalmente alle possibilità delle persone – che hanno maggiori potenzialità, generalmente, di quanto non si pensi. Dal mio punto di vista, che è quello della pedagogia dei metodi attivi, bisogna trovare dei supporti dinamici, adatti allo scambio e al confronto di gruppo. Questo vale sia per il bambino, che il ragazzo, che l’anziano. Per esempio: a partire da attività concrete di tipo artistico, d’espressione o sportivo, si può, all’interno di un lavoro di gruppo, permettere alle persone che hanno già una certa età di continuare un’attività che consente loro di prolungare l’attività funzionale.
D.: Nel Reflecting® , che Lei sicuramente conosce e che non è indirizzato al consigliare, ma a stimolare la riflessione, ritrova i principi della Sua disciplina?
R.: La concezione contemporanea delle scienze dell’educazione è quella di promuovere una pedagogia attiva che parli dell’intenzionalità della persona per portarla ad un confronto con la situazione-problema. In base a questo, ciò che si fa non è spiegare alle persone cosa si deve fare in una certa situazione; ci si avvale piuttosto di quella che si chiama “pedagogia della mediazione”, per la quale l’educatore non deve avere un’attitudine istruttiva, né dire “Fai questo e sbrigatela”, ma deve servire da mediatore tra la situazione-problema e la persona che si confronta con essa. Quindi vede che i principi che guidano il Reflecting®  e la Pedagogia Clinica nel suo insieme sono del tutto in armonia con le linee-guida del Mouvement Éducatif.