Nascita: l’incontro tra genitori e bambino

di Giuseppe Talamucci

Veniamo a considerare cosa avviene al momento della tanto delicata “conoscenza”, dalla quale si sviluppa l’”attaccamento” alla figura umana.

Un notevole contributo, su questo argomento, derivato anche dalle osservazioni etologiche di Lorenz, ci viene da J. Bowlby e M. D. Aisworth (1969) con la teoria dei “Pattern di Attaccamento”, uno studio sulle modalità iniziali mediante le quali il bambino piccolo avvia la ricerca del contatto e della sicurezza con un individuo della propria specie. I principali pattern di attaccamento ruotano intorno alla sensazione di sicurezza. Nel pattern di attaccamento sicuro c’è la sicurezza della vicinanza, nel pattern di attaccamento ansioso-resistente c’è l’insicurezza della vicinanza, ed infine in quello ansioso-evitante c’è la sicurezza del rifiuto.

L’attaccamento sicuro si ha quando il bambino non esita ad esplorare il mondo, è capace di entrare in relazione, è pieno di risorse, ben socializzato, si impegna ad affrontare le difficoltà con fiducia e ottimismo. Nell’attaccamento ansioso-resistente, invece, è insicuro, incline a provare ansia di separazione, timoroso nell’esplorare il mondo, egocentrico, impulsivo, frustrato, passivo, facile alla caduta di impegno di fronte alle difficoltà, vive con sfiducia ed è pessimista. L’attaccamento ansioso-evitante caratterizza i bambini che cercano di vivere la propria vita senza l’amore e il sostegno degli altri, chiudendosi emotivamente, manifestando aggressività, antisocialità, essendo eccessivamente egocentrici, con disturbi della personalità e inclini a comportamenti delinquenziali. Nei confronti di questa teoria dell’attaccamento sono state avanzate numerose critiche, specialmente quando in certe tipologie di personalità adulta di tipo ansioso, nevrotico, si vuole ricercare un pattern di attaccamento ansioso-resistente o quando tipologie di personalità adulte aggressive, emotivamente instabili, impulsive, borderline, si ricollegano un pattern di attaccamento ansioso-evitante, senza tener conto di quanto la persona sia fortemente influenzata oltre che dallo sviluppo precedente, anche dallo stato attuale dei rapporti interpersonali. Un bambino che sperimenta un pattern di attaccamento negativo non necessariamente svilupperà disturbi di personalità. È stato infatti dimostrato che aiuti pedagogico clinici ben mirati possono indirizzare l’evoluzione in un percorso di vita con un maggior grado di sicurezza.

La teoria di Bowlby viene quindi criticata per il modello etologico assunto come riferimento per il conseguente studio del comportamento umano alla luce di aspetti specie-specifici, anziché trans-specifici; inoltre tale teoria è considerata incompleta e ipersemplificata perché limitata alla vicinanza e al contatto con un altro essere della propria specie e non anche all’interazione fra coetanei, al gioco, all’esplorazione, precludendo quindi di prendere in considerazione aspetti più tipicamente umani, quali il linguaggio, il pensiero, la capacità di riflettere su se stessi.

Altri studi sullo sviluppo sociale ci giungono da Schaffer (1971-1977), il quale ritiene che la motivazione sociale sia “istintiva”, una pulsione primaria e non secondaria alle pulsioni primarie, qual è, per esempio, il bisogno di cibo. Ogni essere umano, secondo Schaffer, nasce per stare con gli altri, per stabilire relazioni e le risposte sociali sono specie-specifiche su base innata.

In questi ultimi anni Shultz e Klin hanno condotto alcune ricerche sulla preminenza delle interazioni nella vita dell’uomo rispetto alla maggior parte degli altri mammiferi, ipotizzando che, nel corso dell’evoluzione, il cervello umano abbia sviluppato meccanismi specifici per il riconoscimento dei volti. Essi usano il termine “cervello sociale” per indicare la rete di regioni del cervello collegate fra loro, capaci del riconoscimento dei volti, ovvero l’amigdala, la corteccia frontale media, il solco temporale superiore e la zona facciale fusiforme (piccole zone della corteccia cerebrale vicine all’orecchio destro), che rivestono un ruolo importante per la normale interazione sociale umana.

Altri studi sul processo di socializzazione del bambino sono quelli di scuola sociologica, secondo la quale la socializzazione consiste in un processo di adattamento al ruolo che il bambino dovrà ricoprire nella società. Il meccanismo in questo caso è quello dell’accettazione delle regole e la funzione dell’adulto è quella di modellare i comportamenti. Non mancano inoltre studi di tipo psicoanalitico secondo i quali la socializzazione è un processo di acquisizione di un controllo sugli istinti. Il meccanismo è quello dell’identificazione-interiorizzazione, e l’adulto rappresenta il modello da imitare.

In una nostra sintesi, lo sviluppo sociale si realizza attraverso la maturazione del corredo biologico e la comparsa di capacità percettive e cognitive sempre più complesse. Il bambino fin dalla nascita ha un’organizzazione sensoriale e percettiva che gli permette di processare e selezionare attivamente l’informazione sensoriale che gli proviene dall’ambiente. In particolare attraverso la sensibilità cutanea egli soddisfa il suo bisogno di contatto e di calore sperimentando un’interazione con chi si prende cura di lui. Si costruisce così il primo legame affettivo.

La percezione visiva gli permette di discriminare schemi visivi e di rivolgere un’attenzione selettiva a schemi con determinate caratteristiche (complessità, movimento, solidità, luminosità) come il volto umano. La percezione uditiva gli consente di dare risposte differenziate a seconda della tonalità, intensità e durata dei suoni, e quindi una risposta selettiva a suoni con caratteristiche del linguaggio umano.

 

Lo sviluppo del legame di attaccamento

Contrari alle fasi e agli stadi che consideriamo inadeguati, grazie allo sviluppo dell’attaccamento notiamo che intorno ai tre mesi il bambino è orientato dai segnali senza poter discriminare la persona (stadio dell’oggetto precursore di Spitz), in seguito invia segnali verso una o più persone discriminate (stadio dell’oggetto libidinale di Spitz), quindi si affaccia la protesta della separazione a cui segue la paura dell’estraneo: le risposte positive nei confronti di persone sconosciute cessano, e vengono sostituite da risposte negative con esitamento, rifiuto e pianto (equivale all’angoscia dell’estraneo di Spitz). A circa nove mesi il bambino è capace di allontanarsi dalla madre perché può evocarla mentalmente (equivale alla fase “separazione-individuazione”).

È interessante conoscere quali sono i comportamenti di attaccamento che il bambino mette in atto per avvicinarsi alla mamma (comportamenti di accostamento) e per far avvicinare quest’ultima a sé (comportamenti di segnalazione).

Tra i comportamenti di accostamento, ossia per avvicinarsi alla madre, il piccolo, fin dalla nascita attua la suzione per fini non alimentari, più tardi, a circa nove mesi segue e cerca la madre.

Per far avvicinare la mamma a sé utilizza il pianto, il sorriso e le vocalizzazioni. Il pianto, che può essere di fame, di dolore e di irritazione dopo la terza settimana si presenta come un “pseudopianto” con caratteristiche fra loro differenti e facilmente riconoscibili da una madre attenta. Segue poi il pianto con significato relazionale. A circa sei settimane il pianto è provocato dalla scomparsa della figura umana, non per motivi di tipo affettivo, ma per un cambiamento della stimolazione percettiva, per cui il bambino si calma presto; intorno al quinto mese il pianto è scatenato dall’assenza della persona e la protesta è orientata verso la figura assente, quindi il piccolo si calma solo alla sua ricomparsa; in seguito piange per la presenza dell’estraneo, appare angosciato e ricerca la madre.

Sono inibitori del pianto la suzione non alimentare, il contatto fisico, il dondolio. Più tardi il bambino si calma se qualche oggetto attraversa il campo visivo, poiché è aumentata la sua capacità di esplorazione visiva e, approssimativamente, dalla quinta settimana, anche le stimolazioni di natura sociale come la voce o volti umani inibiscono il pianto.

Il sorriso è assai utilizzato dal bambino per far avvicinare la madre. Durante la prima settimana è presente il “sorriso-smorfia” che ha un carattere riflesso e non può essere considerato come segnale. Il “sorriso sociale” compare all’incirca nella terza settimana, quando il bambino risponde col sorriso alla vista di una maschera con due punti che prefigurano gli occhi e, quindi il volto umano. Segue il sorriso alla voce e poi al volto, quindi, intorno al secondo mese il “sorriso sociale selettivo”: il bambino può dare risposte agli stimoli esterni rappresentati dalla voce e dal volto della madre, e non dare risposta a quelli, sempre esterni, rappresentati dalla voce e dal volto degli estranei.

Il più importante comportamento di segnalazione che il bambino usa per far avvicinare la madre è rappresentato dalle vocalizzazioni, che sono le radici del linguaggio verbale. A partire dalla terza settimana egli emette dei vocalizzi che sono funzionalmente e morfologicamente legati al pianto. Sono a genesi propriocettiva e non hanno significato comunicativo. Solo a tre mesi circa compaiono le prime “reazioni circolari” per cui il bambino sente le vocalizzazioni da lui emesse e quelle della madre. Seguono le prime imitazioni vocali, iniziando delle vere e proprie “proto-conversazioni”. Dapprima la madre imita i suoni prodotti dal bambino (“ecofonia”), poi è quest’ultimo a imitare i suoni prodotti dalla madre (“ecolalia”).

 

La maturazione dei processi cognitivi

Se, come abbiamo visto, il bambino dapprima risponde agli oggetti sociali, a voce e volto umani, poi reagisce selettivamente ad essi: sorride alla voce e al volto della mamma, ma non sorride alla voce e al volto dell’estraneo, ed infine si attacca ad una figura particolare. Ciò è dovuto alla maturazione dei processi cognitivi. Lo sviluppo cognitivo, attraverso gli emergenti processi di attenzione, percezione, apprendimento e memoria, si inserisce nel processo di sviluppo sociale. Ne consegue che quest’ultimo, strettamente collegato allo sviluppo cognitivo, dipende in gran parte dall’interazione che si stabilisce fra il bambino e l’adulto, il quale deve possedere una buona qualità “affettiva” ed una disponibilità all’interazione col bambino caratterizzata dalla “fluidità” e dallo “scambio”. L’adulto deve riconoscere la precocità del comportamento del bambino e armonizzarsi ad esso, rispettando “l’alternanza dei turni”, le sequenze temporali dei meccanismi endogeni: succhiata-pausa, pianto-pausa, sorriso-pausa, come pure deve sapersi distribuire in base alle strutture di dialogo tipo “pseudo-dialogo”, dove i partner non giocano ruoli uguali e simmetrici. Non deve inoltre dimenticare che l’attenzione non sociale per gli oggetti e l’attenzione sociale per le persone, hanno inizio con la “coorientazione visiva”. In un ambiente nuovo, la presenza di oggetti interessanti che attirano l’attenzione, fa sì che la madre segua il bambino in una “condivisione dell’attenzione”. Poi l’attenzione su vari oggetti richiamata dalla mamma è contemporanea a quella del bambino e diviene “attenzione congiunta”, base per futuri e più complessi scambi: commenti, descrizioni, giochi comuni, racconti, narrazioni. Lo “scambio” continua quando a circa un anno il piccolo diventa partner reale e la comunicazione diviene intenzionale, dapprima gestuale e poi, con il passaggio dall’intelligenza senso-motoria all’intelligenza rappresentativa (simbolizzazione, VI stadio dello sviluppo dell’intelligenza, 18-24 mesi, Piaget) verbale. L’intenzionalità, dapprima “richiestiva”, diviene poi più complessa ed avanzata ossia “dichiarativa”. La comunicazione permette al bambino, che ha in mente uno scopo, di soddisfarlo rivolgendo alla madre una richiesta esplicita, inizialmente con modalità comunicative gestuali e più tardi con la parola. Da un gesto, una comunicazione legata al presente spazio-temporale, al “qui ed ora”, si arriva alla parola che è svincolata da questi limiti, anche se si mantiene la correlazione fra l’indicare (“pointing” dichiarativo, uno dei comportamenti gestuali prelinguistici) ed il linguaggio verbale (l’assenza del “pointing” a 18 mesi è inoltre uno dei segnali predittivi di eventuali difficoltà nella relazione).

Su queste basi, in virtù di una progressiva maturazione cognitiva e grazie all’interazione continua con l’adulto, il bambino sviluppa la propria personalità.

(in Rivista Pedagogia Clinica-Pedagogisti Clinici, Edizioni Scientifiche ISFAR Firenze, n. 14/2006)

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