No alla medicalizzazione della vita

di Nicola Corrado

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“Qual è il primo dovere di un medico?” viene chiesto al vecchio professore del film di Bergman “Il posto delle fragole” nella famosa scena del sogno, dove lui è ancora uno studente in medicina in seduta di laurea. Il professore-studente non sa cosa rispondere, prende tempo, viene assalito dall’angoscia e rimane ammutolito e completamente smarrito di fronte al commissario d’esame, che con tono secco lo ammonisce: “Il primo dovere di un medico è chiedere perdono!”. Ho visto questo film nella mia giovinezza e poi via via negli anni a venire, apprezzando sempre di più la sua bellezza e puntualmente mi sono chiesto cosa volesse dire quella frase, di prima acchito alquanto incomprensibile. Poi nel corso degli anni l’ho capita. L’ho capita mio malgrado per averla vissuta drammaticamente molto da vicino, ma anche in situazioni meno toccanti e per questo più serenamente valutabili. Insomma più volte mi sono trovato nel corso della vita a dover constatare le fatali conseguenze di un errore medico sulla vita di un paziente.

L’errore è connaturato alla vita umana nel suo divenire. Noi rappresentiamo la realtà attraverso modelli teorici, che, seppure sempre più aderenti ad essa, non riusciranno mai a renderla completamente nella sua vera essenza, fatta di variabili e infinite  combinazioni. Per quanto infinitesimale rimarrà pur sempre uno scarto tra il modello e la realtà. La mappa non è il territorio, ci hanno insegnato Alfred Korzybski  prima e Gregory Bateson  più tardi.  Per cui qualsiasi azione dell’uomo, qualsiasi intervento sul fluire incessante della vita, non potrà mai essere esente – per statuto – da un margine pur minimo di errore.  

La Pedagogia Clinica  che guarda alla persona umana nella sua complessità , unicità e irripetibilità ha ben presente questo errore di rappresentazione e ha cercato, nel definire il suo statuto epistemologico quale disciplina del Nuovo Umanesimo, di evitarlo, superando cioè ogni tipo di etichettatura aprioristica e generalizzante del disagio. Ha strutturato quindi il suo approccio sulla base di un percorso  di osservazione e ascolto della persona, e attraverso una serie di incontri conoscitivi  ne registra abitudini, stile di vita, peculiarità e difficoltà, proponendole poi di rivisitare e rielaborare il suo personale disagio, che è sempre fisico e psichico insieme, in un setting protetto e fornito di uno strumentario ad hoc. Attraverso questo percorso sarà il soggetto stesso a prendere la vita nelle sue mani per  assumersi la responsabilità della propria salute. Alla luce di questa esperienza non ci sarà più il soggetto-paziente passivo e inconsapevole alla ricerca della pillola magica, ma un individuo ampiamente consapevole della sua condizione, che se vuole e ne ha ulteriore bisogno potrà rivolgersi al medico con una consapevolezza maggiore. E tutto questo la Pedagogia Clinica lo fa con un suo peculiare linguaggio, di cui abbiamo già parlato in un precedente articolo , un linguaggio che è strettamente strumentale e funzionale alle sue finalità.

Non stiamo tessendo le lodi della Pedagogia Clinica, né demonizzando la Medicina ufficiale, che ha avuto e continua ad avere i suoi meriti e i suoi punti di forza. Penso alla lotta e al debellamento delle malattie infettive, all’uso prezioso e mirato degli antibiotici, ad alcuni interventi chirurgici che salvano la vita. Sappiamo che ci sono dei casi in cui non si può fare a meno di essa. Ma esiste anche una zona d’ombra della medicina moderna, fatta di diagnosi disattente e preconfezionate, errori diagnostici dovuti, come si diceva prima, al suo impianto concettuale, che non vede la persona concreta con la sua sofferenza, ma soltanto il sintomo come lo descrive il manuale diagnostico, perché si agisce, appunto, su protocolli sanitari . E allora addio empatia tra medico e paziente, addio  relazione terapeutica che salva, addio cura dell’uomo per l’uomo. Il poeta-narratore tedesco Hans Carossa, che era anche medico, afferma a tale proposito in un romanzo  che “solo chi penetra con umana comprensione e compassione nell’anima dell’ammalato, riesce a guarirlo”.  Mentre la comprensione attiene alla sfera scientifica della competenza del medico, la compassione, che nell’originale tedesco suona “Mitleid” , non è altro che la capacità tutta umana del medico di entrare in un rapporto simpatetico con la persona che gli sta chiedendo aiuto. E qui bisogna sottolinearlo, proprio l’instaurazione di una relazione simpatetica tra il Pedagogista Clinico® e la persona in difficoltà rappresenta appunto per la Pedagogia Clinica uno dei presupposti essenziali della cura. Nel caso contrario,  quando cioè la natura non può più agire ed emanare la sua vis benefica, verrà a mancare il presupposto indispensabile che è racchiuso sinteticamente nella famosa epigrafe degli antichi testi: Medicus curat, natura sanat. Impedita dalla hybris umana, dalla presunzione dell’uomo di dominare la natura stessa, questa non tarderà a vendicarsi. Dominarla anziché comprenderla, sconvolgerla anziché favorire con un approccio olistico i suoi segreti e intimi rapporti interni sono i peccati insieme di oltraggio e di omissione di cui si taccia spesso il novello Faust. Per cui il male represso, si potrebbe dire negato, in una parte del corpo e nell’anima del cosiddetto malato ricompare con sembianze diverse e con maggiore virulenza in un’altra parte del corpo, affermando così, per chi vuole  leggere i suoi segnali, il primato dell’unità psicofisica corpo-mente, come il luogo dell’equilibrio sistemico, dell’omeostasi.

Questa zona d’ombra della medicina va allargandosi sempre di più, contestualmente alla spersonalizzazione della nostra vita in un mondo sempre più tecnologizzato, dove cominciano a scattare campanelli d’allarme, che tentano di richiamare la nostra attenzione sulla ricerca di un rimedio, di una via di salvezza. E sempre più spesso, se non noi direttamente, ci si imbatte nelle vittime di questa parte malata del sistema, di una malasanità divenuta sistematica, sempre più spesso viviamo nell’angoscia di rimanere anche noi prima o poi invischiati nei suoi meccanismi.

Ma per fortuna comincia per contrasto ad affiorare una forma di sensibilità nuova.   Il rispetto della persona umana e della sua integrità psicofisica, il diritto alla salute sembrano incominciare a farsi strada solo oggi nella nostra prassi quotidiana, sebbene fossero presenti già alla nascita della carta costituzionale del 1948. L’art. 32 della Costituzione Italiana, nel sancire la tutela della salute come ”diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività”, ha trovato via via maggiore attuazione grazie a una giurisprudenza in progress che è stata costretta a crescere e a sintonizzarsi con  istanze sociali sempre più pressanti, per l’accresciuta consapevolezza delle vittime del sistema sanitario . Oggi la sua dimensione giuridica ha raggiunto un livello tale da contemplare sia un piano programmatico, che impegna il legislatore a promuovere “idonee iniziative volte all’attuazione di un compiuto sistema di tutela adeguato alle esigenze di una società che cresce e che progredisce”, che un piano precettivo, secondo il quale “l’individuo, come cittadino, vanta nei confronti dello Stato un vero e proprio diritto soggettivo alla tutela della propria salute intesa non solo come bene personale, ma anche come bene dell’intera collettività che ha bisogno della salute di tutti i suoi componenti per meglio crescere ed affermare i propri valori”. La giurisprudenza in merito esiste ed è consistente. Anzi oltre ad esistere, appare di altissimo livello – come lo è sempre il nostro paese in ambito legislativo –  essendo connotata da una spiccata sensibilità. Ma mentre quel diritto soggettivo tutela l’individuo difendendogli il bene più prezioso dal cattivo o mancato funzionamento della macchina sanitaria pubblica, dall’errore o dalla distrazione del privato operatore, dalla sua probabile incompetenza, configurandone la colpa o addirittura il dolo, sta lasciando il cittadino nel contempo completamente indifeso di fronte ad un altro fenomeno altrettanto inquietante che prende sempre più piede. Si tratta di un fenomeno strisciante, difficilmente identificabile, complice la velocissima trasformazione  del nostro tessuto sociale,  dei nostri costumi, del nostro modo di vivere, complice la subdola comunicazione pubblicitaria, la manipolazione sistematica dell’individuo da parte dei media, asserviti alle grandi multinazionali, che trasformano il mondo per i loro profitti. Sto parlando della medicalizzazione della vita.

Prendo a prestito un famoso aforisma di Aldous Huxley per introdurre l’argomento. “La medicina ha fatto così tanti progressi che ormai più nessuno è sano” . Al di là del sarcasmo e della critica intrinseca alla massima, si può ben comprendere la logica di quest’affermazione paradossale. Huxley rappresenta nel suo romanzo la distopia di una società completamente asservita al potere di un potentissimo gruppo dominante, che usa la “soma”, una droga di stato, per addormentare le coscienze. Egli scrive nel 1932 immaginando un tipo di utopia al contrario e, così facendo, anticipa senza saperlo certi aspetti della nostra società. Se studiamo attentamente il fatturato dell’industria farmaceutica mondiale ci rendiamo immediatamente conto del suo aumento progressivo dagli anni ’70 ad oggi . Certo la popolazione è aumentata, la vita media si è allungata, si potrebbe giustificare così l’aumento del consumo di farmaci. Ma sul versante opposto si osserva un aumento spropositato di malattie nuove. Come si conciliano queste due tendenze? Jörg Blech con la sua scottante inchiesta di qualche anno fa, raccontata con dovizia di particolari e testimonianze agghiaccianti , afferma senza mezzi termini che “per poter mantenere inalterata l’enorme crescita avuta negli anni passati, l’industria della salute deve prescrivere sempre più spesso dei farmaci a persone che sono sane”. La Big Pharma, le multinazionali dell’industria farmaceutica, insieme ad alcune associazioni mediche di paesi diversi collegate in rete, si sono attrezzate per diffondere con l’aiuto dei media, complici -lo ripetiamo- in primo piano della manipolazione socio-culturale, un nuovo concetto di salute, dove condizioni normali di vita vengono definite patologiche solo perché rappresentano uno scarto da una certa norma, o meglio, da un modello astratto diventato norma in base a una codificazione pensata a tavolino. Il “deasese mongering” (il fare affari con le malattie) ha messo in moto un tam tam infernale che prima o poi  arriverà e ci renderà vittime di una qualche patologia. Ce n’è per tutti. Si spazia dall’ipertensione essenziale alla fobia sociale, dalla sindrome da affaticamento cronico alla iperidrosi (il sudare eccessivo), dalla colesterolemia alla depressione larvata, e per ciascuna “patologia” c’è una pillola pronta. L’aggettivo “essenziale” o “primario”  riferito all’ipertensione non significa nulla e viene giustificato dal fatto che non si riescono a spiegare i motivi dell’aumento della pressione arteriosa in mancanza di cause dirette.  La cura del colesterolo è diventata un vero business per le case farmaceutiche, mentre si tace sulla sua vera natura  e sulla sua funzione riparatrice delle arterie che è estremamente complessa e non si può sopprimerlo tout court. Inoltre sia per l’ipertensione che per l’ipercolesterolemia si è attuata la strategia della manipolazione dei fattori di rischio. Abbassandone i valori  si fa crescere il numero dei malati. Sul piano della salute mentale invece, la classica timidezza è diventata fobia sociale e viene curata con gli antidepressivi. E ancora:  la “sindrome di Sissi” come una nuova forma di depressione , andando a scomodare il riposo della povera principessa austriaca. La notizia di questo disturbo è stata riportata per la prima volta nel 1998 dai cataloghi di una multinazionale farmaceutica e ha riguardato pazienti che hanno dovuto essere curati con gli psicofarmaci. Poi fortunatamente qualcuno ha indagato e ha scoperto nel 2003 che la malattia è scientificamente  infondata. Ma aldilà di tutto ciò, la più terribile patologia è quella riferita a circa un milione di bambini tedeschi, che sarebbero risultati affetti dall’ADHD , la sindrome di iperattività con deficit di attenzione. Dröschel è il nome del medico che nel 2002 ha diffuso la notizia sui media tedeschi, e da allora sono incominciate a diffondersi non solo in Germania ma in tutto il mondo le prescrizioni di Ritalin, un anfetaminico  usato per calmare i bambini, nonostante il succitato medico non avesse mai saputo indicare delle fonti che giustificassero l’uso del farmaco.

Non mi si fraintenda. L’ipertensione e la colesterolemia che vanno oltre i valori ritenuti normali sono da considerarsi fattori di rischio e tali rimangono. Ciò vuole dire che, accoppiati ad altre patologie, vanno a configurare un quadro clinico complesso che non deve essere assolutamente trascurato e va sicuramente trattato dal punto di vista medico. Da soli però rappresentano dei sintomi di qualcos’altro, sono cioè segnali che il corpo ci sta mandando e che richiederebbero una particolare attenzione da parte della persona, un atteggiamento di prevenzione della malattia, una particolare riflessione sul suo stile di vita, che dovrebbe essere caratterizzato da regolare attività fisica,   scrupolosa igiene alimentare e mentale, e confacente gestione dello stress. Quello che non si dovrebbe fare è cercare di risolvere il problema tout court, con una pillolina al giorno e i suoi effetti collaterali, col rischio che diventino due, tre, quattro pilloline e si imbocchi un circolo vizioso. Il Pedagogista Clinico conosce il soggetto anche per mezzo della rilevazione del tono-respirazione-equilibrio, e da qui per avere una prima idea del suo stato di salute e avviare una riflessione più approfondita. L’osservazione costante gli darà un quadro clinico sufficiente per avviare un intervento educativo e imboccare un circuito virtuoso, supportato ove lo si richiede dal medico specialista di turno. 

Ultima ciliegina. Il notiziario della radio nazionale di stamattina  chiudeva con una curiosa notizia di colore sull’aumento di casi di persone che di notte, mentre dormono, inviano delle email deliranti a qualche destinatario,  senza saperne perfettamente nulla al risveglio. La sindrome ha preso il nome di “sleep amailing ” e sottenderebbe un comportamento complesso sul piano cognitivo ma fortunatamente  non violento. Siate certi che in ambito psichiatrico sicuramente ce la ritroveremo elencata nel prossimo DSM, il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, che si prevede uscirà fra circa tre anni (ne sono usciti già quattro a partire dagli anni ’50, puntualmente aggiornati con un numero sempre crescente di nuove malattie). La verità è che viviamo in un mondo sempre più complesso e apparentemente difficile da interpretare. Forse lo sleep emailer della notizia radiofonica sta chiedendo soltanto aiuto per un disagio profondo e difficile da comunicare sia a se stesso che agli altri e ha trovato una forma davvero originale per farlo.

 (in Rivista Pedagogia Clinica-Pedagogisti Clinici, Edizioni Scientifiche ISFAR Firenze, n.26/2012).

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