Pedagogia Clinica e insufficienza mentale                                                          

Il  2003 è stato dichiarato «anno europeo dei disabili», ma se fosse realmente avvenuto un salto di qualità culturale e politico, la definizione esatta sarebbe dovuta essere «anno europeo della diversabilità» per riconoscere le persone con disabilità come soggetti di cultura e non «oggetti di cura».
Dalla rupe Tarpea al t4 hitleriano (abbreviazione dell’indirizzo del servizio centrale di purificazione), pur essendo trascorsi millenni, i disabili (mentali, fisici e sensoriali) considerati «malati inutili», sono sempre stati in prima fila negli stermini.
Nei racconti, i cosiddetti «cattivi» vengono descritti con problemi motori, con una comprensione deficitaria, incapaci di gestire qualunque emozione e capaci di optare solo per scelte malefiche suggellate da acting-out etero-aggressivi. Invece, principi ed eroi, belli, «azzurri» e intelligentissimi riescono, con grande capacità di problem solving ad aggirare la forza bruta di questi mostriciattoli «cretini», a sconfiggerli e… a vivere felici e contenti. Non è il buono che trionfa sul cattivo, bensì il bello che, in quanto tale è intelligente e trionfa sul brutto deforme che per questo è un insufficiente mentale. Si tratta di stereotipi ancora particolarmente collegati alla disabilità e non invece alla diversabilità, termine che suggerisce una visione più corretta, che implica attesa di competenze, fiducia nello sviluppo, nella crescita, nella realizzazione dei potenziali.
A questi valori è ispirato l’ICF (Classificazione Internazionale del Funzionamento della disabilità e della salute), il nuovo strumento elaborato alla fine del 2002 dall’OMS per descrivere e misurare la salute e la disabilità della popolazione, che rappresenta un’importante evoluzione del modello concettuale dell’OMS dal 1980 ad oggi. Non vi si trovano più, infatti, i termini «disabilità» ed «handicap», che sono stati sostituiti da «attività» e «partecipazione sociale». Il sistema si basa su una distinzione fondamentale tra «capacità» e «performance», dove «capacità» è quello che l’uomo è in grado di fare senza alcun mediatore contestuale, e «performance» è ciò che sa fare con i mediatori contestuali a sua disposizione. Lo scopo generale dell’ICF è quello di fornire un linguaggio comune e unificato che serva come riferimento per la descrizione della salute e degli stati ad essa correlati, valutazione da dover effettuare tenendo conto dei  complessi rapporti esistenti tra corpo, mente, ambiente, contesti e cultura.
Nelle classificazioni internazionali le condizioni di salute in quanto tali (malattie, disturbi, lesioni, ecc.) sono classificate principalmente dall’ICD-10 (International Statistical Classification of Diseases and related health problems) che fornisce un modello di riferimento eziologico. Nell’ICF, invece, sono classificati il funzionamento e la disabilità associati alle varie condizioni di salute. L’ICD-10 fornisce una «diagnosi» delle malattie, dei disturbi o di altri stati di salute che si aggiunge alle componenti offerte dall’ICF. Il funzionamento (e la salute in senso generale) risulta da una interazione fra la condizione di salute e i fattori contestuali.
L’ICF organizza le informazioni in due parti. La parte 1 si occupa di funzionamento e disabilità, la parte 2 dei fattori contestuali; il funzionamento e la disabilità di una persona sono finalmente concepiti in un’interazione dinamica e complessa multidirezionale tra le condizioni di salute ed i fattori contestuali.
Sin dalla nascita si sviluppa quindi una fitta ragnatela di rapporti che collegano l’individuo al mondo esterno, fino a fargli raggiungere una dimensione dell’Io e del Sé, capace di strutturare scambi nella relazione. Si riconosce che ogni essere vivente nasce con zanne e artigli» dicono le antiche cantilene Sioux, il  Pedagogista  Clinico® utilizzando varie stimolazioni contribuisce a tramutarli in “denti e unghie”.

Maria Annunziata Catalano
Pedagogista Clinico® 
Alessia Florio
Pedagogista Clinico®