Pedagogia Clinica: principi di una formazione

di Guido Pesci

 

Nel corso degli ultimi trenta anni, grazie alla nostra costante attenzione nei confronti dei percorsi evolutivi che hanno interessato vecchie e nuove discipline e all’essere sempre in connessione profonda con ogni forma di rispetto della persona umana, siamo stati raggiunti e destati, sia sul piano sperimentale sia nell’ambito del dibattito teorico, da sollecitazioni così proficue da indurci a sviluppare, importanti ipotesi, ad ampliare il ventaglio delle conoscenze scientifiche, oltre a tracciare nuovi itinerari prassici, metodologici e tecnici, volti a garantire all’individuo un migliore adattamento.

L’interesse scientifico e il vasto impegno orientato alla vita dell’uomo, alla sua libertà e individualità, hanno permesso di pervenire a un completo e netto mutamento di diversi concetti e valori propri della nostra cultura.

L’analisi critica sulla situazione esistente e l’avviamento verso un costrutto alternativo rispetto al vivaio di discriminazioni e di risultati deludenti del passato, hanno consentito di percepire un futuro molto diverso, in cui l’individuo può ritrovare un proprio naturale equilibrio e raggiungere una maggiore indipendenza e integrazione.

Non più limitati a una “storia delle idee”, i pedagogisti clinici hanno elaborato nuovi concetti per sfidare i vecchi e orientarsi verso cambiamenti esponenziali nei sistemi di aiuto. L’indagine sugli stati di necessità della persona e l’elaborazione delle innovazioni necessarie alla vitalità culturale e al progresso sociale hanno spinto a perseverare nella ricerca scientifica e a porre l’accento sugli aspetti differenziali dei processi umani, nell’intento di penetrare risolutamente nelle più sottili analisi dei fatti educativi e giungere a inedite formulazioni concettuali e tecnologie, nonché a dare vita a un indirizzo autonomo e originale come i nuovi tempi reclamano.

Su di noi grava solo il peso di essere giunti a tutto questo con grande ritardo rispetto all’attesa di aiuti validi di cui da sempre l’uomo ha avuto bisogno.

La profusione di studi e ricerche nel campo della Pedagogia Clinica  ha tuttavia assicurato, in questi ultimi anni, la formulazione di principi e idee scientifiche innovative che hanno permesso di avviare una trasformazione dell’educazione dandole un nuovo contenuto. Ciò ha fatto sì che il Pedagogista Clinico® sia stato conosciuto e apprezzato dalla collettività, come il professionista la cui attività e impegno sono rivolti all’individuo anziché al problema.

Lo scopo del Pedagogista Clinico è quello di aiutare la persona a trovare in se stessa le risorse per affrontare le situazioni difficili in maniera più integrata, vincere ogni disagio, ogni difficoltà, agire con maggiore abilità organizzativa, indipendenza e responsabilità. Egli assume come principio non quello di controllare la vita degli altri, bensì di modificare il concetto che la persona ha di sé, di liberarla dagli errori fino a spingerla alla ricerca del proprio equilibrio e della propria armonia e permetterle di diventare indipendente.

Il nostro lavoro, che ha prodotto importanti e sostanziali modifiche in molte teorie e procedure operative, si basa su metodologie e criteri di intervento fondamentali per il progresso sociale, per stemperare l’avvilente destino dell’individuo e muovere verso un futuro di speranza.

Il Pedagogista Clinico si rivolge alla persona di ogni età, compresi tutti quei soggetti che, a causa di difficoltà fisiche, psichiche e sensoriali hanno necessità di risposte idonee per una reale integrazione sociale. Per provvedere a ciò questo professionista, anziché adattarsi alle carenze del soggetto e al deficit con un intervento basato su una concezione puramente aritmetica della insufficienza, testimone solo di un’anarchia pedagogica, si batte per superarlo e vincerlo. Il recupero del soggetto, nell’ottica del Pedagogista Clinico, non può essere condotto basandosi su criteri pedagogico-terapeutici o di ortopedia psichica né con un approccio zoologico intento a lenirne i difetti, bensì seguendo metodi di ricerca sperimentale ed elaborazioni teoriche cui fanno seguito tecniche e metodologie capaci di far fronte alle difficoltà pertinenti la crescita espressivo-comunicativa e rappresentativa, fino a far raggiungere una concreta conquista dell’autonomia.

Si è giunti a tale modus operandi rinunciando agli schemi stereotipati, utilizzati per conoscere la persona, per lo più consistenti in formulari di domande alle quali rispondere in maniera sintetica, senza consentire l’instaurarsi di un’intesa e rendendo il rapporto insoddisfacente, faticoso e innaturale.

Il Pedagogista Clinico, invece, conduce il colloquio intervenendo il meno possibile, per evitare che entrino in gioco i meccanismi di difesa dell’Io, consentendo così al soggetto di manifestare le proprie debolezze e preoccupazioni. Egli inoltre non lo interroga sul disturbo in esame, sulla sua malattia, sul suo problema, non agisce sulla base di quel modello autoritario che prevede un paziente completamente passivo, dipendente dalle scelte dell’operatore.

Per poter conoscere la persona il Pedagogista Clinico oltre a non essere direttivo non si limita alle singole manifestazioni o ad accogliere un’elencazione di sintomi; egli è infatti altresì consapevole che oltre a un fondamento esteriore ne esiste uno interiore che deve essere scoperto, sa inoltre di dover tener conto del fenomeno causale-dinamico, di dover partire dallo studio dei sintomi per individuare cosa si cela dietro di essi, di muovere, cioè, dalla manifestazione esteriore dei fenomeni per coglierne l’essenza interiore.

Il Pedagogista Clinico non si basa su sistemi di classificazione dei disordini secondo particolari “rubriche”, che orienterebbero solo su insufficienti formulazioni operative condotte in esaltazione dell’ortopedia psichica e della cultura sensoriale, frutto di un lavoro forzato, insensato, penoso, sterile, proprio di una pedagogia separatista, capace solo di far regredire la persona.

Lo studio dinamico del soggetto non si può limitare alla constatazione della gravità del deficit ma, immancabilmente deve includere il calcolo dei processi compensatori-sostitutivi, integrativi e correttivi dello sviluppo e del comportamento di costui e prendere in considerazione i momenti della sua vita trascorsa e le sue esigenze di essere sociale, in altri termini, la sua realizzazione socio-psicologica. Si tratta di analizzare la persona come non solo in quanto fenomeno organogenetico, ma di indagarne al tempo stesso anche ogni aspetto sociogenetico e psicogenetico.

Il Pedagogista Clinico non ritiene tanto importante l’insufficienza in se stessa, quanto il soggetto; perciò, per aiutarlo proficuamente egli dà significato alle reazioni della sua personalità, a quel quadro estremamente complesso di influenze, di forze, di tendenze, di spinte cui quotidianamente questi è sottoposto e su di esse lavora per giungere al superamento o alla correzione degli stati di difficoltà o di disagio, dando vita a forme di sollecitazioni creative, infinitamente varie. Il compito di questo professionista può essere assolto, solo se alla persona viene assicurata la possibilità di sviluppare, di affinare, di rappresentare tutte le proprie abilità e le capacità potenziali. Essa deve essere considerata globalmente, come un’unità complessa, piena di risorse interiori, la quale, per conseguire nuovi e diversi equilibri, necessita di un intervento clinico che, senza trascurare i turbamenti delle forme sociali del comportamento provocate dalle difficoltà, realizzi una educazione strategica, egodinamica, aperta agli accessi polieducativi e postula obiettivi olistici.

Il Pedagogista Clinico non basa il suo intervento su esercizi per allenare, bensì affronta i molteplici bisogni dell’individuo avvalendosi di tecniche e metodologie esclusive che ne perseguono l’indipendenza e l’integrazione.

Egli concretizza il suo impegno educativo attuando interventi capaci di favorire un’equilibrata evoluzione socio-relazionale e psico-affetiva. Il suo compito è quello di rispondere al vasto panorama dei bisogni educativi, aiutando il soggetto a ritrovare il proprio equilibrio, conducendo l’espansione del disordine verso l’ordine, e coadiuvandolo nella realizzazione di esperienze conoscitive coordinate in un insieme coerente e consapevole di sé. L’obiettivo del Pedagogista Clinico è dunque quello di mirare a un’educazione che sia capace di agevolare la formazione di una personalità forte, di un carattere adatto per affrontare la vita e superare le difficoltà, che prenda il posto delle impressioni sconnesse, delle preoccupazioni e dei disagi intimi.

Le modalità operative del passato hanno ancora oggi un impatto significativo sui cosiddetti “processi terapeutici” e testimoniano la necessità di una seria alternativa.

Le check-list per un trattamento, orientato su un modello medico-descrittivo delle singole difficoltà del paziente – poi chiamato cliente – e realizzato in sedute, necessitava di ben altri presupposti tecnico scientifici e di un diverso approccio umano.

La formazione del Pedagogista Clinico tenendo conto di questa problematica basa la costruzione dell’abilità professionale su un atto di vissuto-esperienza, ne coglie lo spirito e garantisce l’assunzione di conoscenze e criteri innovativi fino a far divenire questo peofessionista un insostituibile riferimento per individui e gruppi. Egli, dal canto suo, compie il proprio iter formativo acquisendo una sempre maggiore consapevolezza del personale ordito di significanze e modificazioni costruttive che comporta una formazione che sia garanzia di tutela del sociale. Il suo desiderio di essere di aiuto, che si realizza soltanto dopo un lungo periodo di tirocinio, e la sua professionalità, ossia il modo in cui si avvale di tecniche e metodi, ritenuto uno dei più efficaci strumenti di intervento, lo favoriscono nel suo ruolo di guida a un approccio costruttivo alla realtà della vita. Gli esempi di aiuto analizzati e documentati, sono testimonianza del progresso scientifico compiuto e della efficacia della Pedagogia Clinica, una disciplina orientata all’uomo e alla società.

Alla luce di questo si potrebbe incontrare qualche difficoltà nel ricondurre entro l’ambito delle scienze ormai acquisite e riconosciute la Pedagogia Clinica. È psicologia? È sociologia? È antropologia? È neurologia? È fisiologia? O che altro? L’unica risposta concreta a queste domande è che lo studio della Pedagogia Clinica implica la conoscenza di tutte queste scienze, e anche di altre, poiché è incentrato su un problema più vasto dal quale dipendono gli equilibri del singolo e del tessuto sociale. La Pedagogia Clinica consta di una concentrazione di orientamenti che si focalizzano su una tematica sola, pur ampia e varia ma perfettamente denotata. Questa scienza autonoma non si distingue dalle altre esclusivamente per la quantità dei metodi adottati, ma anche dal punto di vista qualitativo, poiché ha un modo diverso di rapportarsi all’individuo di ogni età e alla società intera.

In questi anni si cerca, con interesse sempre crescente, di individuare, sia pure con molta fatica, tutti quegli elementi che legano l’educazione al progresso dell’uomo, mentre al contempo si forma e matura una consapevole coscienza pedagogico-clinica aperta a nuove soluzioni educative, indispensabili al rafforzamento delle capacità individuali e al progresso culturale e sociale.

Il Pedagogista Clinico si propone con incisività contro ogni conformismo, propone un orientamento nuovo per una nuova politica sociale. Si impegna professionalmente a contrastare la penosa lentezza con cui le istituzioni si muovono nel recepire le istanze e contro ogni sregolato concetto di sanitarizzazione della società. Soggetti democratici in una realtà democratica, sollecitati dalla volontà di rinnovamento, i pedagogisti clinici sono impegnati nell’affrontare con serietà i problemi della vita e mirano a una riforma che consenta un rinnovamento della società.

L’idea-chiave per una politica nuova è la prevenzione realizzata per mezzo di una Pedagogia Clinica legata a un progetto di valorizzazione del singolo uomo, tendente, perciò, a ridurre i bisogni sanitari per agevolare il recupero di energie e di capacità vitali. Una prevenzione che interessi ogni età e qualsiasi tipo di bisogno e solleciti uno svecchiamento globale e necessario all’autorealizzazione dell’individuo.

Muovendosi su questa linea si comprende quanto sia necessario battersi per ridurre gli orientamenti cristallizzati nell’ambito degli interventi sanitari e per riassorbire tutte quelle necessità che generano dépistage dai canali naturali nei quali molti soggetti possono invece trovare soluzioni ai loro problemi.

I pedagogisti clinici nella loro battaglia sono affiancati dalle componenti attive e progressive del nostro paese dalle quali, in seguito a un paziente e coraggioso lavoro che ne ha sviluppato la sensibilità, viene un riconoscimento sempre più ampio al compito dell’educazione. Si tratta del primo passo di un’esperienza viva. non irrigidita in forme fisse e immobili ma adeguata allo sviluppo e al progresso, e sempre protratta verso un reale rinnovamento sociale.

La Pedagogia Clinica, ormai non più relegata alle manifestazioni morbose della malattia, all’area scolastica e dell’infanzia, ha il compito specifico di rispondere al vasto panorama dei bisogni educativi della persona durante tutta la sua vita. Si tratta di una scienza che si propone la comprensione dei processi individuali nella loro globalità specifica e delle possibilità di aiuto educativo. Educare, per il Pedagogista Clinico, significa rendere operativi i suoi corollari scientifici, ossia favorire la crescita di ogni persona e garantirle l’integrazione in questa società complessa. L’educazione deve rendere l’uomo abile nel governare i propri sentimenti, dare seguito ai propri propositi, utilizzare la propria volontà fino a volere davvero, e passare così, liberamente e facilmente, all’azione.

La Pedagogia Clinica si propone di mantenere vive nell’individuo la facoltà di ricezione di sensazioni e la capacità di diffondere piacere, di stimolare immagini, idee e ragionamenti, che possono permettergli di contemplare il mondo che lo circonda e di realizzare l’”age quod agis”, ovvero quel prestare attenzione a ciò che sta facendo per conseguire il dominio dei pensieri, rischiarare l’intelligenza, irrobustire la volontà, mantenersi padrone di se stesso e superare tutto ciò che lo infastidisce o lo pregiudica.

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