Prendersi cura di sé: percorsi autobiografici 

di Myriam Perseo

 

La narrazione ha assunto in questi anni un ruolo centrale nella riflessione epistemologica e nelle pratiche educative e didattiche, sviluppandosi e rafforzandosi in campo pedagogico e psicologico, per le possibilità che offre sulla comprensione delle dinamiche emotivo -affettive e relazionali che la Persona vive durante il proprio percorso di crescita. La metodologia autobiografica non è una pratica di recente invenzione: essa era già presente nel mondo antico, sia come genere letterario che come forma di riflessione e  analisi di sé.

 Ma, è  solo di recente che ha ottenuto un apprezzabile impiego in campo educativo, in quanto capace di dare senso all’esperienza quotidiana, alla conoscenza, alla cultura, collocando in una sorta di continuità eventi, persone, oggetti.

“La vita non è costituita semplicemente da un susseguirsi di storie, ciascuna autonoma rispetto all’altra, ciascuna con un proprio fondamento narrativo. Intreccio, personaggi, situazioni, tutto sembra continuare ad espandersi” (Jerome Bruner, La cultura dell’educazione, Nuovi orizzonti per la scuola, 1997, Milano, Ed. Feltrinelli, p 158).

Ogni individuo porta avanti quotidianamente un lavoro involontario e continuo di memoria, trovando tempi, spazi e ritualità personali del raccontare.

L’autobiografia si configura come un’attitudine, uno stile di pensiero, una sensibilità, un atteggiamento nei confronti della vita, improntate a valorizzare la dimensione soggettiva dell’esistenza. Essa diviene una modalità di rielaborazione della propria vita,  un lavoro  su se stessi affidato  alle proprie mani, alle parole scelte per narrarsi, ai gesti che fanno riaffiorare un’esistenza unica e irripetibile, che nessun altro può aver vissuto o vivrà.

Noi stessi, il nostro corpo, i gesti, le espressioni del viso sono autobiografici, se possiamo affermare con certezza,  “questi segni o tracce mi appartengono”, “sono miei”, “in questa foto mi riconosco”, “sono io”.

In questa ottica la Pedagogia Clinica può avvalersi della metodologia autobiografica per “realizzare concretamente il principio di una concezione educativa integrale e dinamica che consideri l’individuo nella sua totalità e nella complessità dei suoi possibili cambiamenti. Infatti, il soggetto si prende cura di sé conoscendosi, e si conosce raccontandosi” ( G. Pesci – G. Mencattini, Autonomia e coscienza di sé, 1999, Edizioni Magi, Roma p.9).

Essa  rende possibile “espandere, sviluppare, affinare ed elaborare  tutte le abilità della persona perché possa imparare, risolvere, decidere e creare, fino a raggiungere un rapporto significativo con se stressa e con gli altri. Un obiettivo che può essere  raggiunto se viene data al soggetto la possibilità di prendere coscienza del proprio corpo, delle proprie emozioni e sensazioni e del proprio autentico linguaggio espressivo”( G. Pesci – G. Mencattini, Autonomia e coscienza di sé, 1999, Edizioni Magi, Roma p.9), e di poterli raccontare.  Il Pedagogista Clinico® si pone, dunque, quale  compito quello di “restituire al soggetto un totale, personale e autentico linguaggio. Egli perciò, assume strategie educative rivolte ad allontanare il timore, la paura, la rassegnazione del soggetto, per far posto alla fiducia, al coraggio”, in modo tale che chiunque possa ” raggiungere nuove aspettative, motivazioni e atteggiamenti” (G. Pesci, Pedagogia Clinica, in ” Babele”, S. Marino, n. 6, Aprile – Giugno 1997, p.15).

Ecco che l’autobiografia diventa la disponibilità a raccontarsi senza il timore del giudizio altrui, il bisogno di appartenere ad un’esistenza, l’occasione di fedeltà e di impegno verso noi stessi. Essa è quanto di meglio ci sia per testimoniare la libertà di parola e l’opportunità per vivere situazioni di crescita, di amore verso se stessi, di responsabilità per le scelte fatte.

E, anche se racconta un passato personale doloroso, fatto di errori o occasioni mancate, diviene un riappacificarsi con quanto si è vissuto.

“Le storie ruotano intorno a norme che vengono infrante. Questo è chiaro, ed è ciò che colloca la “crisi” al centro delle realtà narrative. Le storie che meritano di essere raccontate e interpretate nascono tipicamente da una situazione di crisi (Jerome Bruner, La cultura dell’educazione, Nuovi orizzonti per la scuola, 1997, Milano, Ed. Feltrinelli, p 157).

La riappacificazione, la comprensione sono sentimenti che placando la nostra individualità e la aprono a nuove possibilità. 

Per questo motivo il pensiero autobiografico ci cura; ci fa sentire meglio grazie alla possibilità di  raccontare la nostra storia e nel raccontarci ci sentiamo liberi di avvicinarci a noi stessi.

“Prima ancora dell’aiuto che il racconto della nostra storia ci concede, quando ci chiediamo “ma chi sono veramente?” e il passato si rivela il tutore e il depositario della nostra identità, è il conforto di avere e aver avuto dei ricordi che non ci disperde, e vanifica, innanzitutto ai nostri occhi” (Duccio Demetrio, Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé, Milano, Raffaello Cortina Editore, 1996, p.59)

Ecco perché se si vuole utilizzare in maniera appropriata il termine auto-bio-grafia, nel senso di testo scritto riguardante la mia vita di cui sono l’autore, il responsabile e il protagonista, non possiamo dimenticare che questo è un lavoro del corpo e della mano, la quale dà fisicità alle emozioni, ai sentimenti e comportamenti che abbiamo vissuto. Alla scrittura di sé potremmo riconoscere anche un’altra funzione, quella di fermare, in particolar modo, i momenti di passaggio o di crisi. Momenti che scatenano il bisogno di racconto in cui, come in una tregua, rivisitare il vissuto e incontrare il dolore.

Il percorso narrativo autobiografico che la Pedagogia Clinica può intraprendere, permette, quindi, al soggetto di stabilire un dialogo con l’io-sé, con i propri vissuti, le proprie radici e aiuta, nello stesso tempo l’individuo a contestualizzare  gli eventi dandone senso e significato, “l’attenzione rivolta alla globalità dell’individuo, impone al Pedagogista Clinico un interesse per il mondo dell’emozionalità, degli affetti, delle aspettative, dei sentimenti dei soggetti con cui si troverà ad operare” (In Rivista Pedagogia Clinica, cit. ivi, p. 9).

È  come se ci “prendessimo in carico” o ci prendessimo cura di noi, assumendoci la responsabilità di tutto quello che siamo stati o abbiamo fatto. Il metodo autobiografico utilizzato dal Pedagogista Clinico, si pone come ricerca dell’identità, indagando ogni “nascondiglio” della persona, la quale si pone in una posizione di ascolto e di comprensione nei confronti della propria interiorità. Egli si pone in una posizione di totale ascolto, di apprendimento, di comunicazione e dialogo con l’altro, coinvolgendosi in prima persona, non come l’esperto posto fuori dal processo formativo, ma come facilitatore di processi di cambiamento reali e concreti, di percorsi di crescita e sviluppo.

La narrazione, pertanto, innesca e indirizza una ricerca di significati all’interno di una molteplicità di significati possibili, permettendo di riflettere in termini di passato,presente e futuro. Il significato profondo del raccontarsi è racchiuso nel bisogno di riconoscersi in un’esistenza  che abbia valore e acquisti significato. È il bisogno di essere riconosciuti come portatori di una storia da narrare. L’esperienza narrativa potrebbe essere spiegata attraverso la metafora del viaggio. Narrarsi è come “sporgersi fuori di sé”, affacciandosi dal finestrino di un treno da cui è possibile vedere ciò che è passato e ciò verso cui stiamo andando. In questo movimento fra il prima e il dopo, il sé vive la propria unicità, affrontando un percorso che spesso è  pieno di difficoltà, di dubbi e di paure.

Ma significa anche, offrire senso ad ogni “tappa in cui ci fermiamo”, ad ogni persona che abbiamo incontrato. Attraverso questo viaggio si restituisce alla persona la propria voce, la possibilità di partecipare attivamente alla ricostruzione  di ciò che è stato reso fragile nel proprio percorso interno, di entrare dentro le profondità del sé e di seguire liberamente le tracce che la storia collettiva ha segnato sulla storia individuale.  

La persona che intraprende questo viaggio si veste del duplice abito di protagonista-attore e spettatore del racconto.

È  come guardarsi allo specchio, ma uno specchio che ci offre un’immagine nuova, diversa, che ri-genera, nel senso di ri-nascere a nuova vita. Questa de-formazione di immagine è una formazione di sé. È costruzione e ricostruzione di sé.

“L’autobiografia è, quindi, processo formativo, esperienza di formazione, modellizzazione “rieducativa” di sé…è molte altre cose: ritorno al passato, evasione da sé, coltivazione narcisistica, esercizio letterario, ecc. Ma è soprattutto iter formativo. Un viaggio nel sé, per sé, per darsi forma…L’autobiografia cambia il soggetto. Lo rimette a fuoco in modo nuovo. Ne sposta il baricentro, l’immagine, il senso”( A.A.V.V., Percorsi dell’autobiografia fra memoria e formazione, p.44).

Proprio partendo dall’ascolto di sé, dall’accoglienza del proprio Essere che la pedagogia Clinica, la cura e l’autobiografia si incontrano. La Pedagogia Clinica, in quanto pedagogia del concreto, autentica, applicata e pratica, è in grado di incidere profondamente e radicalmente sul vissuto della Persona. Essa consiste, quindi, nel “condurre fuori”, verso lo svelamento di se e nel prendersi cura della persona durante tutto l’arco della vita, aiutandola, nei casi di difficoltà o di inibizione, a prendere coscienza di sé.

La Persona, in quest’ottica, diviene protagonista della formazione e realizzazione del conoscersi e, nello stesso tempo, rintracciando le segni della propria presenza nella memoria prende consapevolezza dell’esserci. Il conoscere viene continuamente ricostruito dalla persona che si narra e che, così facendo, vi apporta tutta la ricchezza del suo mondo interiore. Il metodo autobiografico ha capacità, dunque, di promuovere  il desiderio di conoscenza e di costruire trame di storie che sappiano educare e sorprendere, sviluppando “un’intelligenza interiore”  che incoraggia la cura verso se stessi. Ogni racconto autobiografico è un discorso auto-riflessivo, espresso da un soggetto rispetto alla propria vita; è l’accogliersi reciprocamente,  ascoltare e ascoltarsi, individuare luoghi significativi da percorrere.

Questo racconto ha, di fatto, un valore nella misura in cui colui che parla si racconta. La sua valenza pedagogico-clinica, pertanto, non si limita a raccogliere un documento come prodotto, ma l’interesse viene posto sul processo di costruzione dei rapporti di significato, cioè di formazione della relazione tra il soggetto e il suo oggetto di ricerca, se stessi. Il Pedagogista Clinico accogliendo ogni narrazione, accoglie la Persona, rendendosi disponibile al rispetto delle esigenze di crescita, di autonomia, di comunicazione e socializzazione prendendosi cura della storia individuale, per “restituirla” in termini di ri-progettazione futura.

(in Rivista Pedagogia Clinica-Pedagogisti Clinici, Edizioni Scientifiche ISFAR Firenze, n. 21/2009)

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