Prevenzione del bullismo: emozioni in relazione

di Vera Colombo

 

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Negli ultimi anni l’attenzione dei mass media e dell’opinione pubblica si è più volte soffermata su quella particolare manifestazione di disagio sociale rappresentata dal fenomeno del bullismo e della violenza in classe. Quasi quotidianamente televisione e carta stampata riferiscono episodi di brutalità e prevaricazione che si consumano tra ragazzi di età ogni volta più precoce. Si tratta sempre di casi clamorosi, enfatizzati certo dai mezzi di comunicazione, ma che costituiscono comunque solo la punta dell’iceberg. Eppure si ha l’impressione che gli adulti acquisiscano consapevolezza del fenomeno solo quando questo raggiunge evidenze eclatanti o quando le vittime corrono rischi concreti di danneggiamento fisico o morale, oppure ancora quando sono gli stessi adulti a fare le spese delle prepotenze agite dai ragazzi (insegnanti che non riescono più a gestire le classi o genitori che non sono più in grado di svolgere il loro ruolo educativo). Pietra dello scandalo è spesso la scuola che, pur non essendo il solo teatro del conflitto, è la realtà che maggiormente attira su di sé l’attenzione di mass-media e opinione pubblica, forse perché (a ragione) è ritenuta parte integrante del processo formativo e di crescita delle nuove generazioni. Tuttavia, non è difficile intuire che, se anche il disagio si manifesta nella realtà scolastica, non è da essa che nasce, ma piuttosto dall’incapacità o impossibilità dei ragazzi di stare bene con se stessi, con il proprio mondo interiore, e quindi di instaurare rapporti soddisfacenti con l’ambiente. Per capire la reale identità del fenomeno e delineare un progetto d’intervento che possa porre solide basi per la sua prevenzione, è necessario indagarlo e definirne con precisione la natura, nonché i fattori che contribuiscono alla sua diffusione.

Viviamo in un contesto sociale dove sovente il bullismo e le sue modalità relazionali distorte occupano posizioni di notevole potere e prestigio. E non potrebbe essere altrimenti, visto il tenore della maggior parte dei programmi televisivi e dei talk show, in cui ha diritto di parola chi urla più forte e ha la meglio chi si impone prevaricando gli altri e la diversità e il pensiero divergente non trovano spazio, se non per essere derisi. Per non parlare poi della realtà storica e sociale in cui viviamo, fortemente caratterizzata dal conflitto e nella quale il modello vincente è rappresentato da chi che è in grado di far valere le proprie ragioni con qualsiasi mezzo e ad ogni costo. Ormai ci troviamo ad affrontare e sperimentare il conflitto, nella sua accezione negativa, a ogni livello della nostra esistenza: in famiglia, al lavoro, tra amici, nelle relazioni sociali in genere. Una realtà che spesso porta a situazioni faticosamente vivibili, se non di vera e propria emergenza, che non passano sicuramente inosservate. Infatti, anche se forse solo inconsciamente, un preoccupante numero di persone percepisce con disagio l’assenza di una cultura della relazione. Ecco che allora dilaga la febbre del rapporto virtuale e per essere al passo coi tempi è indispensabile “farsi vivi” su facebook, “luogo di incontro” anch’esso virtuale in cui è possibile ritrovare il vecchio compagno delle elementari e, senza alcun imbarazzo, riprendere la propria amicizia da dove si era interrotta. Ma è proprio così?

Sin dalle prime ricerche sul bullismo, risalenti agli anni Settanta, uno degli obiettivi primari è stato quello di fare chiarezza e distinguere il fenomeno da altre forme di aggressività o di conflitto. Si è così giunti a identificare alcuni tratti distintivi quali l’intenzionalità dell’atto, la sua persistenza nel tempo e l’asimmetria di potere esistente tra chi compie la prepotenza e chi la subisce. Ma per identificare e comprendere meglio il fenomeno ed individuare la via migliore per affrontarlo è importante innanzitutto non confondere il bullismo con il problema di un ragazzo difficile da contenere, né tanto meno con la difficoltà di una persona debole che non sa farsi rispettare. È altrettanto errato considerarlo come una interazione essenzialmente duale e rigida tra chi agisce la prepotenza e chi invece la subisce passivamente. Il fenomeno di cui stiamo parlando riguarda essenzialmente il contesto gruppale. Il singolo ha la necessità di affermarsi all’interno del gruppo, ricevere attenzione e riconoscimento, e il gruppo il bisogno di darsi regole e orientamenti, soprattutto quando gli adulti non sono ritenuti in grado di offrirne. Il bullismo è quindi un fenomeno relazionale e sociale, all’interno del quale i ruoli nascono nell’interazione tra i soggetti e sono determinati sia dalle caratteristiche individuali che dalle aspettative altrui. Il bullo non agisce mai da solo; il piacere provato nell’agire una prepotenza deriva proprio dalla presenza del gruppo: alcuni svolgono un ruolo di rinforzo, altri formano un pubblico che incita e sostiene, altri ancora non mostrano interesse, ma non manca chi tenta di opporsi alle prepotenze per proteggere la vittima. Il potere del bullo risulta rinforzato non solo dal supporto di aiutanti e sostenitori, ma anche, e soprattutto, da coloro che osservano indifferenti e si guardano bene dal prendere una qualsiasi posizione. È il gruppo che determina la cristallizzazione del ruolo del bullo (così come della vittima), mitizzandolo e proteggendolo; a lui va la simpatia della maggioranza, che mal tollera la fragilità della vittima, che evoca debolezze personali.

Se consideriamo il bullismo un fenomeno relazionale, l’unica prospettiva valida per indagarne l’origine è quella multidimensionale. Grazie ad essa possiamo individuare una costellazione di fattori tra loro interdipendenti, i quali sono in grado di influenzare e condizionare il processo di socializzazione: caratteristiche e competenze individuali, contesto familiare, scolastico, coetanei, mass media e fattori sociali. Inoltre, in ogni esito comportamentale disadattivo non contano unicamente le caratteristiche dell’individuo e il modo in cui reagisce/interagisce con gli altri, ma anche le aspettative che gli altri hanno nei suoi confronti. È il momento di riscoprire il significato e il valore dell’essere persona, risultato unico e irripetibile di una storia individuale, di esperienze e di relazioni. Ed è proprio partendo da questo principio che la pedagogia clinica  può dare il suo migliore contributo, quale scienza che considera l’individuo in un’ottica olistica, ovvero in tutta la sua complessità e globalità, quale entità psico-fisica e sociale.

Considerata l’importanza che rivestono la realtà sociale, familiare e scolastica nell’influenzare lo sviluppo delle competenze relazionali e del processo di socializzazione dell’individuo, è evidente che un progetto di prevenzione del bullismo deve necessariamente coinvolgere tutte quelle figure adulte che, in maniera diversa, gravitano attorno ad esso. Il fine di un tale progetto è quello di elaborare e attuare un intervento a più livelli, che coinvolga non solo i diretti interessati, ma anche la scuola, la famiglia e la comunità intera. In questo modo i ragazzi potranno ricevere messaggi coerenti in ogni ambito della loro vita. Aumenterà così la probabilità che ciò che ricevono dall’intervento non rimanga un apprendimento isolato, ma divenga un insegnamento da mettere alla prova, praticare e affinare nelle sfide concrete della vita.

Primo atto del progetto è quindi quello di sensibilizzare e responsabilizzare tutti i membri della comunità, fornendo loro gli strumenti necessari per acquisire consapevolezza del fenomeno e, di conseguenza, poter agire contro di esso in modo mirato. Il percorso verrà poi diversificato tenendo conto dei bisogni formativi dei diversi destinatari, che vengono analizzati in questa fase iniziale del progetto, in cui si lavora per costruire la motivazione di ogni soggetto coinvolto. L’elaborazione di un progetto consapevolmente partecipato è già di per sé un esempio di buona pratica relazionale. La partecipazione delle autorità locali alla realizzazione del progetto è importante innanzitutto come assunzione di consapevolezza e responsabilità da parte del potere pubblico. Un contributo fondamentale può essere inoltre quello di promuovere l’iniziativa ad ampio raggio ovvero attraverso una campagna di comunicazione e informazione rivolta a tutta la comunità.

La volontà di coinvolgere nel progetto tutta la scuola, e nello specifico gli insegnanti, parte dall’assunto che il clima scolastico, il rapporto che gli alunni instaurano con gli adulti di riferimento, il sistema di valori e il modello educativo proposto dagli insegnanti possono agire un ruolo significativo nel modulare e prevenire il fenomeno del bullismo.

A tale riguardo, pur tenendo conto delle differenze di ruolo, il percorso rivolto ai genitori deve svolgersi parallelamente a quello destinato agli insegnanti, non fosse altro che per l’interdipendenza dei ruoli che genitori e docenti sono chiamati a svolgere. Ciascuno a suo modo è infatti fondamentale per la relazione che il bambino comincia a instaurare con il mondo.

Può essere interessante rilevare come i percorsi previsti per insegnanti e genitori, nell’ispirarsi ai principi della pedagogia clinica, si sviluppino in parallelo, non solo tra loro, ma anche con quello ideato per i bambini, naturalmente tenendo conto delle diverse necessità informative e formative. Obiettivo primario di questa disciplina è infatti quello di aiutare l’individuo (di ogni età) a sviluppare una personalità forte e sicura, capace di dominare le circostanze e di superare gli ostacoli: questo traguardo è il risultato di un percorso di riflessione su se stesso, che lo porta a raggiungere una profonda comprensione di sé e delle proprie emozioni. L’acquisizione di autoconsapevolezza contribuisce a rafforzare la propria autostima e la sicurezza nelle proprie capacità. Da qui prende vita una spirale ascendente, per cui ogni nuovo successo, raggiunto in un ambito qualsiasi della vita, comporta un aumento di autostima e, a sua volta, ogni rafforzamento dell’immagine di sé consente una spinta ad agire con sempre maggiore efficacia. La persona ritrova la motivazione e la volontà di comunicare con il mondo esterno: dalla conoscenza di sé alla conoscenza degli altri, passando attraverso lo sviluppo di quelle competenze che permettono all’essere umano di instaurare relazioni proficue o, nel peggiore dei casi, risolvere i contrasti prima che degenerino in veri e propri scontri.

Nella strutturazione del percorso pensato per bambini e ragazzi, la scelta del contesto più adeguato in cui proporlo è ricaduta inevitabilmente sulla scuola, in quanto ha un ruolo privilegiato non solo nell’individuazione tempestiva delle eventuali situazioni di disagio, ma soprattutto nel suo essere parte integrante del percorso di crescita dei ragazzi, sia sul piano dell’apprendimento che della formazione della personalità e dell’educazione socio-affettiva. La scuola, infatti, con il pregio di inserirsi naturalmente nell’esistenza di bambini e ragazzi, è il luogo in cui quest’ultimi vivono insieme con maggior continuità e regolarità, è l’ambiente in cui si incontrano e si confrontano più generazioni, è il mondo protetto in cui si può fare esperienza al di fuori del nucleo familiare. Il fatto che gran parte delle condotte aggressive nell’infanzia avvengano all’interno dei contesti scolastici spinge a riflettere sulle strategie da adottare nelle prime istituzioni educative che il bambino conosce. Scuola materna e scuola elementare diventano i contesti privilegiati nei quali poter individuare ed eliminare le prime manifestazioni di eventuali comportamenti disadattivi e nei quali favorire l’instaurarsi di comportamenti prosociali. Nella nostra società, dove vigono l’isolamento e la separatezza emotiva, spesso i più piccoli non hanno l’opportunità di sperimentare cosa voglia dire imparare a vivere insieme fianco a fianco, senza invadere l’intimità altrui, ma beneficiandone emotivamente. Il diffuso analfabetismo affettivo ha come effetto lo sviluppo di una incapacità a vivere con gli altri e a instaurare rapporti durevoli. Un progetto che si possa realmente definire “di prevenzione” non può certamente limitarsi ad affrontare il “problema dei comportamenti prepotenti a scuola”, ma intende accompagnare tutti i bambini lungo un percorso di crescita globale che, fortunatamente, non deve rivolgersi solo agli individui “problematici”. Per questo motivo non si rivolge al singolo individuo, sia esso bullo o vittima, ma al gruppo (o gruppoclasse) nel suo complesso. Considerando il bullismo una dinamica gruppale, in cui la relazione tra bullo e vittima è la risultante di un complesso intreccio tra fattori individuali (l’identità personale) e fattori più propriamente sociali (aspettative, ruoli e norme proprie del gruppo), si ritiene che agire sulle dinamiche interne al gruppo possa modificare il clima e la qualità dei rapporti tra compagni, grazie al coinvolgimento di tutti i soggetti interessati: non solo prevaricatori e vittime, ma soprattutto coloro che normalmente si limitano a osservare e che possono essere i primi a innescare il processo di cambiamento. Quest’ultimo viene favorito aiutando bambini e ragazzi a rafforzare la propria personalità attraverso il raggiungimento di una maggiore consapevolezza di sé. Nello specifico, le esperienze proposte agli alunni vogliono rappresentare una occasione per giungere a conoscere maggiormente se stessi attraverso la presa di coscienza del proprio corpo e delle proprie emozioni. In ogni tipo di relazione, sia essa positiva o conflittuale, le emozioni giocano un ruolo fondamentale e se c’è qualcosa che accomuna tutti i soggetti coinvolti negli episodi di bullismo è proprio la mancanza di “confidenza” non solo con le emozioni altrui, ma anche con le proprie. Conoscere e saper discriminare le proprie emozioni, essere in grado di esprimerle verbalmente è il primo passo per riuscire a gestirle in modo efficace e proficuo. Al momento di interagire con gli altri, tali competenze emozionali permetteranno ai bambini di riconoscere le medesime emozioni in chi sta loro di fronte e, con un po’ di impegno, di riuscire a “mettersi nei panni dell’altro”. Nell’allenare la propria capacità empatica, i bambini avranno l’opportunità di constatare l’esistenza della diversità e di imparare a rispettarla. Ciò vorrà dire aver raggiunto piena padronanza di sé e una reale competenza sociale, entrambe indispensabili per agire in modo efficace nella vita.

(in Rivista Pedagogia Clinica-Pedagogisti Clinici, Edizioni Scientifiche ISFAR Firenze, n. 20/2009)

 

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