Prevenzione oncologica e Pedagogia Clinica

 di Letizia Lampo e Ilenia Baldacchino

L’esperienza che si vuole documentare è nata da un intento particolare: quello di adoperare le strategie pedagogico cliniche all’interno di un ambito tanto delicato quale quello della  medicina oncologica e della prevenzione della malattia. I suoi presupposti si legano al riconoscimento dei bisogni della persona, soprattutto di quelle persone che, emergenti da una “catastrofe” quale la malattia tumorale, vedono alterate le proprie sicurezze, le proprie possibilità, a volte anche la stessa speranza di riprendere una vita normale.

Il progetto è nato dal connubio tra la Pedagogia Clinica wp-svg-icons custom_icon=”LOGO-GRECO-OK” wrap=”i” e un’associazione nazionale, l’Andos, che da anni è impegnata nella lotta contro il carcinoma alla mammella, una delle patologie tumorali più diffuse nell’universo femminile, causa di profondi cambiamenti, soprattutto quando questa comporta interventi chirurgici devastanti come la stessa asportazione della mammella. Spesso la donna, in queste situazioni, vede smarrire la propria stessa identità e sente più che mai il bisogno di attenzioni che vanno oltre la sfera esclusivamente medico-sanitaria.

Da questa considerazione l’impegno in favore di una progettualità che permettesse l’accesso in un ambito di lavoro che coinvolge la salute che manca, nel bisogno di creare relazioni umane che fossero molto rispettose del dolore, del silenzio, del vuoto percepito da chi aveva vissuto l’esperienza soffocante del carcinoma alla mammella. A fianco a questo, c’era anche l’intento di raggiungere le tante altre persone che, all’interno dell’associazione, stavano attraversando la complessa e sofferta fase di diagnosi della malattia nonché della scelta terapeutica più idonea e, ancora, quanti agiscono periodicamente nel campo della prevenzione, sottoponendosi ai programmi di indagine clinica atti ad evitare la devastazione della malattia.

Il progetto muoveva dall’idea di realizzare “atelier di Pedagogia Clinica” che potessero permettere la creazione di spazi e tempi protetti, nei quali ciascuna persona, con la propria storia e le proprie vicende personali, potesse ritrovare sé stessa, un ambito nel quale si riconoscesse nella propria interezza, al di là della malattia, delle sofferenze accumulate, delle paure nutrite.

Tre gli ambiti, il primo, quello della prevenzione oncologica che ha tentato di agire come motivazione alla lotta preventiva ai carcinoma; il secondo quello dell’accompagnamento alla prevenzione, attraverso il particolare iter clinico-diagnostico previsto e curato dal medico specialista; il terzo quello di sostegno a quanti questo iter lo avevano già completato e venivano fuori da esperienze chirurgiche o chemioterapiche.  

Il gruppo al quale ci si rivolgeva era, dunque, un gruppo piuttosto eterogeneo, non solo in esperienze cliniche, ma anche in età, condizioni sociali, storie personali. L’atelier di lavoro è stato organizzato coadiuvando il lavoro dello psicologo Ilenia Baldacchino, del Pedagogista Clinico® Letizia Lampo e del medico oncologo Giovanni Moruzzi.

Il progetto intervallava due modalità di intervento che vedeva interagire in prima linea lo psicologo ed il Pedagogista Clinico, il primo col proponimento di un lavoro intessuto sul terreno specifico della prevenzione, il secondo con la delineazione di un percorso che seguisse le tecniche della Pedagoga Clinica al fine di concretizzare esperienze che permettessero l’uscita dalla “malattia” e dalle tante ritrosie ad essa legate.

Gli incontri mirati espressamente ad affrontare l’importante tema della prevenzione oncologica sono stati rivolti al recupero del significato della attenzione alla propria salute e la validità dell’acquisizione di uno stile di vita che possa veramente aiutare ciascuno ad evitare i rischi di malattia. Il senso di questi appuntamenti è stato di far comprendere quanto una donna può ottenere da interventi di prevenzione con un attento screening medico e l’importanza del validissimo metodo del confronto in gruppo che viene offerto dall’Andos a quante si recano per affrontare il difficile percorso di indagine.

Il percorso pedagogico clinico in atelier è dedicato proficuamente ad un approccio creativo ed espressivo, un’organizzazione focalizzata sul proponimento di stimoli atti a verificare il campo delle risorse della persona, affinché questa non si sentisse soffocata ed alimentata solo da limiti, paure e ansie legate al futuro, fino a muovere  un iter di crescita e di autoconoscenza che ha saputo superare, passo dopo passo, i tanti ostacoli posti tra sé e le risorse adoperabili per uscire fuori dai propri disagi o per affrontarli più serenamente.

Sul piano espressamente operativo, l’atelier ha predisposto una serie di stimoli che hanno permesso ai partecipanti di confrontarsi con le proprie capacità – manuali, corporee, creative – dando loro la possibilità di vedere nascere, giorno dopo giorno, tutta una serie di “oggetti” che rappresentavano un po’ sé stessi e la propria interiorità, fino a entrare costruttivamente in sé stessi, di vedere nascere “qualcosa” e di confrontarsi con un mondo che non richiedeva più parole o incoraggiamenti ma semplicemente un tempo per ascoltarsi, un tempo da dedicarsi. Le esperienze hanno preso spunto dalle dinamiche proposte dal metodo InterArt®, dalla Musicopedagogia®, da Edumovement®, dalle tecniche del metodo Educromo®, tutte metodologie dotate di grande espressività, di un grande monito creativo e realizzativo che accompagna in silenzio la persona in un viaggio che, da sola – e non – , la conduce a portare luce lì dove sente, lì dove trova il coraggio di spingersi, senza fratture, senza imposizioni esterne. In qualità di Pedagogista Clinico mi sono trovata ad accompagnare, ed in questa presenza accorta probabilmente risiede la possibilità del recupero dell’identità delle persone coinvolte, del loro irrobustimento emotivo, del loro ricambio comportamentale. La persona lascia un segno di sé, un disegno, una creazione in creta, un cerchio a parete, un’immagine mentale verbalizzata… e il lavoro è già compiuto nella rivitalizzazione di un’energia che a causa delle difficoltà della vita si era arenata o che, semplicemente, la persona aveva ignorato. Esperienze che offrono alla persona un tempo durante il quale essere pienamente se stessa, un essere che in atelier trova favorito ogni espressività corporea, numerosi momenti dedicati alla corporeità, al movimento, all’incontro con l’altro, e pure all’approccio intimo mediato dal contatto, specchio di emotività e di sentimenti che qui trovano spazi espressivi.

A questo progetto ancora in piena attuazione, si andrà ad aggiungere anche un atelier per la formazione dei volontari dell’Andos che  rappresentano un importante tassello dell’intervento di aiuto e perciò necessitano di una formazione che dia loro le abilità di agire consapevolmente. Consapevoli che quanto serven è un luogo che riconosca il dolore, lo abbracci e non lo lasci cadere come qualcosa di scontato o di troppo privato. Un dolore che se condiviso appare più sopportabile e se vissuto in compagnia sembra anche possibile lasciarlo scorrere e lasciar spazio ad altre sensazioni.

(in Rivista Pedagogia Clinica-Pedagogisti Clinici, Edizioni Scientifiche ISFAR Firenze, n. 18/2008)

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