Progetto Goya

Nel progetto, approvato ed effettuato in una scuola, la Pedagogia Clinica è stata elemento unificante e ispiratore. Essa lo ha, infatti, intersecato e completato, non solo nella sua idoneità educativa, ma anche nella sua finalità umana, in un contributo indispensabile.
Il “Progetto Goya” è un percorso oltre il pregiudizio, nato da un incontro tra lo stile pedagogico-clinico, la riflessione filosofica, la dimensione psichiatrica, la scuola, e, trasversalmente, il Museo Guggenhgeim di Venezia. Si è realizzato con la collaborazione della Prof.ssa Mirella Tonellotto, che ha messo a disposizione il laboratorio di Plastica dove siamo stati accolti, e dove il percorso si è attuato con la partecipazione di un gruppo di 8 persone, tra i 21 e i 60 anni, seguite  da un’equipe di psicologi ed educatori presso il Dipartimento di Salute Mentale dell’ULSS 17  di Monselice.
Fulcro di questo lavoro, che ha voluto essere un investimento di speranza nel futuro e un’anticipazione di senso, sono stati 13 alunni volontari delle classi terze, quarte e quinte di una scuola superiore, l’Istituto d’Arte “Corradini” di Este, in provincia di Padova, chiamati ad essere tutor e a sperimentare in prima persona un percorso di accoglienza e di solidarietà, oltre lo stigma. Ne è nato un dialogo tra ambiti diversi, un parlarsi in una prospettiva che cerca alleanze. “Non confini, ma bordi”, quindi, in un viaggio intrecciato e condiviso fatto insieme ai giovani, in vista, non solo di una visione unitaria e integrata dei saperi e degli approcci, ma anche di una conoscenza che si converte in azione e in condivisione.
L’intervento ha voluto sensibilizzare gli studenti attraverso un’educazione dei sentimenti e un affinamento della condizione di empatia, intesa come concreta esperienza condotta alla luce di quello stile nutritivo proprio dei principi pedagogico- clinici. Si è trattato di uno scendere concreto in “trincea”, di una conferma sperimentale, fortificata da competenze scientifiche, di quella via della comunicazione e del dialogo che accomuna le scienze dell’uomo e che trova nella Pedagogia Clinica una forza innovativa e unificante.
Il contributo della Pedagogia Clinica: l’integrazione dei saperi e la ricerca della complementarità per recuperare una visione d’insieme.
Fin dal primo momento la Pedagogia Clinica mi è sembrata inserirsi nel vivo del dibattito contemporaneo sulle scienze dell’uomo, in grado di raccoglierne e stimolarne istanze centrali, prima tra tutte quella di coniugare i saperi e gli orientamenti. In essa ho trovato la capacità di rinnovare la relazione tra le esperienze reali dell’uomo e il suo sapere, in un modello operativo e costruttivo che, puntando su una visione olistica e unitaria, si mostra capace di guardare alla persona nella sua totalità e irripetibile unicità. C’è, infatti, qualcosa nella Pedagogia Clinica di così vitale nelle relazioni, negli approcci, che va oltre il suo essere un intervento di aiuto per chi vive un disagio: si tratta di  uno stile di vita e di un orientamento  capace di dare valore al contatto umano, all’ascolto e che, proprio per questo, costituisce una svolta umana e culturale, che va al di là di una peculiarità clinica. Su questo volevo richiamare l’attenzione dei giovani. Essa porta con sé un progetto di ampio respiro in un’epoca caratterizzata, sempre più, nelle relazioni umane, da una straniante “liquidità”, per dirla con Zygmunt Bauman (Z. Bauman, Modernità liquida, Laterza, Roma-Bari, 2003). L’attenzione alle nuove conquiste scientifiche e, contemporaneamente, la capacità di tararle sull’uomo, nel rispetto della sua dignità, fa della Pedagogia Clinica una risorsa della società. Essa ridà senso a un approccio umano in un’epoca che, a volte, ne sembra lontano e lo innerva con i contributi che arrivano dalla ricerca scientifica, radicandosi in un punto di intersezione tra le discipline umanistiche e quelle scientifiche. Non a caso, sue alleate sono, la filosofia, la letteratura, le scienze biologiche e mediche, l’arte; suo è il campo educativo che dell’interrogarsi sull’uomo ha fatto, fin dall’antichità, il proprio centro. Essa trova in molti campi del sapere opportunità di riflessione, stimoli, strumenti teorici per definire il suo percorso, ma li rielabora, li integra in modo autonomo e originale, li apre alla verifica scientifica e alla sperimentazione. Dall’habitus scientifico nasce il bisogno di un atteggiamento che prenda le distanze da forme di vago intuizionismo o di generica improvvisazione, che raccolga e sistemi i dati empirici, tuttavia  il modo di gestire questi dati viene posto al centro di una nuova visione dell’uomo. La Pedagogia Clinica si accosta ai contributi indispensabili delle neuroscienze, della scienza medica, della psicologia, ma non si ferma ad essi, cercando una visione complessiva e unitaria. Suo compito è cercare alleanze, collaborazione con altre figure professionali, in una prospettiva di apertura e comprensione, in grado di  rompere il muro dello specialismo e della settorialità e di aprire, anche da un punto di vista epistemologico, la via della complementarità. Essa si pone davanti alla persona in un rapporto clinico ed educativo, non asetticamente analitico. Non si tratta di descrivere freddamente, ma di avvicinarsi all’orizzonte di senso di ognuno. Ecco perché fin dall’inizio si insiste sulla necessità di parlare di “persone”, non di casi, né di pazienti e questo non è solo questione di termini, ma di sostanza più profonda. Il mio essere Pedagogista Clinico® ha significato trasmettere questa sensibilità che punta sulla simpateticità, sull’avvicinamento umano e sull’ascolto attento e sollecito. La dimensione in cui si muove il Pedagogista Clinico® è, infatti, fondamentalmente quella dialogica: il suo prendersi cura di chi soffre significa prestare attenzione, prima di ogni cosa, al suo bisogno di essere accettato e riconosciuto. Nel suo intervento di aiuto a fianco di chi manifesta un disagio, il Pedagogista Clinico® si fa custode e stimolatore di risorse interne, volte a far crescere l’autostima, la fiducia in sé e a migliorare la qualità della vita.
Non si potrà mai comprendere chi ha bisogno di aiuto, finché ci si comporterà come soggetti distanti e lontani che considerano le persone come oggetto di un’indagine fredda.  Non è del Pedagogista Clinico® lo stile anatomico del dottor Tulp, nel famoso quadro di Rembrandt né uno sguardo ad angolo retto, incapace di cogliere l’integrità e l’unità di ogni essere umano. Il centro di tutto non è l’asettica descrizione, ma il com–prendere che indica l’atto del tenere insieme, della trepidazione, dell’avvertire sensibilmente, spesso anche al di là delle parole. 
È questo lo stile che ci ha accompagnato, nel lavoro di èquipe che abbiamo realizzato in tutto il percorso di questo progetto.

“Uscire dentro e entrare fuori”
Il progetto nasce nell’ambito di una riflessione filosofica, che, con le parole di Soren Kierkegaard, (S. Kierkegaard, Postilla conclusiva non scientifica, in Opere, a cura di C.Fabro, Sansoni, Firenze, 1972) vorrei indicare come ricerca di una “comunicazione di esistenza”. Era il grande filosofo danese, considerato ispiratore dell’Esistenzialismo e, in particolare, di quel grande pensatore e psichiatra che è stato Karl Jaspers, (K. Jaspers, Genio e follia, Raffaello Cortina ed., Milano 2001) a criticare i filosofi sistematici che costruivano un “bel castello” e poi vivevano nel “fienile”, come incapaci a “reduplicare” nella vita ciò che dicevano a parole. Invitava a non interrompere la relazione vivificante che ci deve essere tra la filosofia e la vita, ricordava l’esempio di Socrate e rivolgeva la sua attenzione al singolo, nella sua unicità irripetibile, con tutto il suo carico di “timore e tremore”.  Scriveva testi come “Briciole di filosofia” (S. Kierkegaard, Briciole di filosofia, in Opere, op.cit.), “Postilla non scientifica” (op.cit.) e legava il suo nome ad un interrogativo intimo e continuo che è l’“Aut–aut” (S. Kierkegaard, Aut aut, Mondadori, Milano, 1956). Una filosofia, quindi, capace di scendere nel cantiere della vita e di prendere le distanze da quel gusto intellettualistico che avrebbe spinto René Magritte, in un’opera del 1936, “Il lume filosofico”, a ironizzare su un mondo mentale ripiegato su se stesso, come quello di un fumatore prigioniero della sua stessa pipa.
Partendo dai principi pedagogico clinici  in aggiunta ai valori espressi da questi filosofi ho potuto programmare un progetto legato a una “prassi interiore” e ad “un’apertura all’altro”, ad una filosofia del concreto.
L’occasione di conoscere il Centro diurno del Dipartimento di Salute Mentale dell’Ospedale di Monselice, dove gli ammalati sono seguiti con cura e attenzione anche attraverso una pratica di “arte-terapia”, mi ha avvicinato alla psichiatria e, in particolare all’impostazione fenomenologica ed umana. Questa opportunità ha visto coinvolti gli studenti della scuola. Partiti da quell’antico concetto di àgape su cui richiama l’attenzione il Prof. Pesci, si trattava di impegnare i ragazzi in un percorso oltre che teorico, previsto dal programma scolastico, anche pratico; teorico, come riflessione su quelle prospettive che da Erasmo fino all’Esistenzialismo, dall’Ermeneutica fino a Foucault, che più volte con la sua “Storia della follia” (M. Foucault, Storia della follia nell’età classica, Rizzoli, 1963) è stato il nostro punto di riferimento, sono state capaci di rivedere le visioni totalizzanti sull’essere e sul pensiero e che, senza confluire nell’irrazionalismo (come può essere facile che avvenga) hanno fatto della ragione uno strumento più vasto e ospitale, pronto a cogliere gli aspetti più carsici e in penombra della nostra esperienza; pratico, come accoglienza, dimostrazione di aver “compreso” e di saper rendere vivo e attuale quanto si è studiato. 
Il nome che gli abbiamo dato, progetto Goya, aveva implicito un piccolo auspicio: così, infatti, come il grande pittore spagnolo era ritornato alla luce e ai colori tiepoleschi nell’ultima sua opera, dopo la solitudine spirituale e le immagini nere e visionarie della “Quinta del sordo”, così noi ci siamo avvicinati a chi vive esperienze di forte disagio psichico, di deragliamento, come ci ha detto un’ammalata un giorno,  nella speranza di tentare una risalita e una piccola via verso la luce.
Così il gruppo di otto persone, è stato accolto assieme ai giovani e agli accompagnatori nel laboratorio di plastica dove si lavora la creta, la cartapesta e si fa uso di materiale povero reinventato e trasformato. Lo scopo è stato quello di “nutrire la vita” per rinsaldare quei legami comunicativo-relazionali attraverso un’esperienza di simpatia e vicinanza e, contemporaneamente, far fluire liberamente le emozioni attraverso un’esperienza creativa, in una maieutica di sentimenti. Non c’è, infatti, solo una creatività straordinaria, ma, intensa, forte, espressiva, una creatività ordinaria che dice il vissuto di ogni uomo e che, come tale è unica, inedita, originale: questo dimostra la Pedagogia Clinica che ha nel metodo Interart® una delle sue tecniche più significative e che della creatività vede la forte risonanza riparatrice. Ogni percorso attraverso l’arte può favorire, infatti, una crescita dell’autostima,  contribuendo a far trovare un equilibrio e può indicare una via di libertà e di narrazione di sé, in grado di  portare fuori da automatismi che bloccano.
Gli studi di Schopenhauer (A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, Laterza, Bari, 2008, 13a ed.) di Merleau-Ponty (M. Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione, Ed. Il Saggiatore, Milano, 1965) di Gadamer (H. G. Gadamer, Verità e metodo, Bompiani, Milano, 1983) sul carattere catartico e liberatorio dell’arte, che i ragazzi conoscono, perché parte fondamentale del programma di studio, hanno trovato una conferma e un loro radicarsi in un’esperienza etica di solidarietà.
Durante il percorso del progetto Goya abbiamo incontrato il Museo d’arte moderna di Venezia che cercava la collaborazione delle scuole in un programma dal titolo “A scuola di Guggenheim”. L’opportunità è venuta da una mostra che il museo veneziano ha dedicato a Dubuffet, (Informale, Jean Dubuffet e l’arte europea, 1945-1970, Catalogo Peggy Guggenheim Collection, mostra a Modena dicembre 2005-aprile 2006)  padre dell’Informale, che, nella produzione creativa di chi viveva un disagio psichico, vedeva un’espressione “immediata e primaria”, assolutamente disinteressata, e, pertanto, genuina, di  “affermazioni di sé, imprevedibili e del tutto inventate sia nel mezzo che nella loro ispirazione”  (op. cit. pag 30). Nonostante più della metà delle opere che collezionava fosse prodotta da ammalati gravi, sottolineava  che “non si trattava di un’arte da psicopatici”, come a confermare un profondo rispetto per ogni persona, colta nella sua unicità, al di là di ogni inquadramento o classificazione. Abbiamo aderito all’iniziativa con un percorso intitolato “Oltre lo stigma con Dubuffet” e previsto la visita  con i ragazzi alla mostra  dedicata a Dubuffet e successivamente tutti insieme con i nostri ospiti la visita al  museo di Venezia… Incontrarsi, uscire!
Capita, infatti, a chi ha un disagio psichico, come ricorda una formula adottata per indicare questa difficile condizione, che si “esca” per entrare “dentro”, all’interno di strutture che, nonostante non siano più i vecchi manicomi, vivono pur sempre una sorta di isolamento; non “uscire dentro”, quindi, ma “entrare fuori”, entrare nella scuola, condividere con i giovani e con gli insegnanti, un’esperienza di coinvolgimento umano e creativo. Solo uno stile nutritivo, che sappia far capire quanto si sia accettati e riconosciuti e sappia far sentire quante potenzialità inespresse e risorse ci sono in ognuno, può favorire la comunicazione e la valorizzazione di ogni essere umano. In questo l’arte si rivela una potente alleata, come insegna il metodo Interart®. Tutto all’insegna della fiducia, la quale, in fondo, non è altro che un orientamento che si dispiega nella tensione tra presente e futuro, al di là di quello che il passato, anche nei suoi responsi ufficiali più drammatici, dice. Il tutto per aprire un varco che vada, effettivamente, “oltre la siepe”, che è metafora di situazioni che bloccano e che fanno perdere speranza e vitalità.
Andare oltre lo stigma. Almeno un triplice stigma, direi: il primo, che porta ad escludere o a guardare con sospetto chi soffre di un malessere psichico, (si usa il verbo essere per indicare la malattia mentale; di ogni altra malattia, se facciamo caso, si dice, che la persona ha qualcosa, non che “è” una malattia. La malattia psichica sembra far coincidere il male con tutta la persona!); il secondo che porta ad utilizzarlo contro se stessi, quando la vergogna, il timore di essere additati, porta alcuni a chiudersi nel disagio, in solitudine e a non chiedere aiuto (penso, in particolare, all’universo giovanile e ai centri di ascolto che dovrebbero essere più presenti nelle scuole); il terzo, che, come è stato ribadito anche in un convegno di psichiatria, è interno alla stessa psichiatria, che spesso preferisce limitarsi a una visione “encefalografica”. Si è trattato, quindi, di un percorso di consapevolezza, sensibilizzazione e di promozione della salute mentale, oltre che di prevenzione. Il percorso è stato educativo, nel senso di ex-ducere, cioè di condurre “fuori da”, nella convinzione che esistono delle qualità, delle risorse interne che bisogna saper vedere e riconoscere. Si è voluto favorire, in particolare in chi vive un disagio psichico (e non solo quello dichiarato, quindi), un espandersi dell’Io più profondo, per realizzarsi e ritrovarsi in un recupero di risorse e potenzialità. In questa prospettiva, ogni persona è stata messa a suo agio e riconosciuta a 360 gradi. Il concetto di “persona”, è stato affrontato anche attraverso i contributi, più significativi e accessibili ai ragazzi, dei testi pedagogico-clinici, che tanto spazio e attenzione dedicano a questa realtà. 

Aver cura nei laboratori
La cura è il campo della medicina, ma accanto ad essa, soprattutto nel disagio psichico, ciò che conta è l’aver cura, il far avvertire una presa in carico, un sincero interessamento. Mi sembra bella questa frase che rimanda all’idea dell’allegria del naufrago e che è da cogliere non nello spirito della anti-psichiatria, ma di una psichiatria che si rinnova e che, cercando di prendere sempre più le distanze da una visione organicistica e deterministica della malattia mentale, (che, come è stato osservato, sembra costituire una sorta di stigma interno alla stessa psichiatria) tenta di farsi, più vicina ai vissuti degli ammalati, cercando di comprendere e non solo di descrivere.
Decisiva è, come insegna la Pedagogia Clinica, un’esperienza nutritiva, di grande rispetto umano, che dica alla persona quanto valga e la riconosca nella sua unicità.  Solo così chi ha una sofferenza può accettare di dire qualcosa di diverso rispetto a ciò a cui lo inchiodano le classificazioni o i verdetti. Occorrerebbe che ogni ammalato potesse beneficiare, oltre che di cure mediche, di tutte le relazioni umane in grado di migliorare la sua esistenza. A questo ci siamo ispirati. L’ospitalità nei laboratori, con la presenza dei ragazzi, ha avuto questo scopo: far veicolare per canali simpatetici e tramite l’espressione creativa, una conoscenza e un rapporto di intese e di scambi necessari a valorizzare ciascuno. Si è guardato alla persona nella sua globalità. I ragazzi, in questa esperienza, sono stati straordinari: hanno agito in maniera del tutto disinteressata e il loro comportamento è stato improntato a un’attenta sollecitudine. Alla fine di ogni incontro, ognuno, all’interno del gruppo, senza alcuna distinzione tra ruoli, se voleva, poteva comunicare quello che aveva provato. Nessuna attesa, nessun giudizio, nessuna domanda! Il clima è stato sempre distensivo, il conversare intimo e vicino, capace di lasciare spazio anche al silenzio, che si è fatto comunicativo.
L’incontro del martedì, inoltre, ha avuto, lo scopo di fare di ogni espressione creativa, un qualcosa in cui essere coinvolti in prima persona. Oltre ad avere inseguiti gli orientamenti del metodo InterArt® e di questi nello specifico utilizzato alcune tecniche che sono diventate l’elemento comune intorno a cui tutto il gruppo, dai ragazzi a noi operatori si è mosso, ci si è ispirati al linguaggio materico, gestuale e segnico di Dubuffet e Pollock, ai suggerimenti di Eugenio Borgna, psichiatra legato alla Fenomenologia che parla di una medicina “etica e gentile”, che usa la parola tenerezza, così desueta nei nostri tempi, che si serve delle parole dei poeti e degli artisti per capire le voci degli ammalati.
Si è sperimentato l’uso fluido, pastoso e volumetrico del colore, il lavoro con materiali non convenzionali, come stracci, carta, filo di cotone, pigne, fil di ferro e tutto ciò di “informale” che la creatività può trasformare. Ne sono nate creature fantastiche, sculture totemiche, tele realizzate con lenzuola su cui praticare la tecnica pollockiana del dripping, in cui ognuno provava poi, a rintracciare e riconoscere con piacere e stupore, forme e profili. L’uso del gesso allo stato liquido, che comunemente implica un bagnare e modellare, qui è stato, in alcuni casi, per alcune persone che non avrebbero mai potuto pensare di “sporcarsi”, un accettare una sfida personale forte. Importante è stata, nell’esperienza fatta, il valore della trasformazione. Ogni materiale, anche il più vile, è diventato “altro”, in un processo quasi alchemico di mutazione. Sperimentare questa condizione di metamorfosi ha, nel caso del disagio dell’anima, un risvolto psicologico fondamentale. Lavorando nel laboratorio con la cartapesta, si apprende, per esempio, come si rintraccia nelle tecniche dell’InterArt®, che per ricomporre si frantuma, la rottura della carta implica un’attività dinamico-motoria, che può non essere distruttiva, ma capace di rigenerarsi in nuove forme, quasi a suggerire all’anima che si possono trasformare anche le relazioni e le situazioni interne. È come sperimentare per metafora che la rottura è indispensabile per liberare; non si tratta di una rottura distruttiva, bensì di una rottura come elemento di trasformazione che fa comprendere nell’intimo che si possono trasformare le relazioni e le situazioni interne. 
Ma al centro di tutto è stata sempre la relazione che è la prima cosa che si interrompe quando il dolore è forte. I nostri ragazzi sono stati chiamati a essere tutor e a sperimentare in prima persona un percorso educativo di accoglienza e solidarietà, nella consapevolezza che noi siamo fondamentalmente un colloquio anche quando non si usa la parola.
Le esperienze vissute in questo tessuto ricco di trame e di ordito hanno permesso di educare il nostro sguardo a nuove prospettive, a “reimparare a vedere il mondo”, lasciando quasi parlare i fenomeni stessi… in  una ricerca di genuinità che era volontà di percorrere un universo in profondità, al di là delle prospettive convenzionali. Un’arte disinteressata, quindi, e proprio per questo, umanissima.      
È questo lo stesso atteggiamento che è necessario quando vogliamo fondare una relazione autentica che porti veramente al riconoscimento dell’altro. Essere accettati e riconosciuti: ecco è questo il bisogno più urgente di tutti noi, tanto più forte quanto più si avverte un’assenza, un vuoto, che spesso è proprio vuoto di riconoscimento. Solo così, chi soffre può accettare di dire qualcosa di diverso rispetto a ciò a cui lo fissano le cartelle cliniche. Ognuno di noi ha un daimon interno. L’unico modo che abbiamo per riconoscerlo è lo sguardo altrui e se questo sguardo dice disapprovazione, indifferenza, pregiudizio o si concretizza in un tocco di mano sulla fronte, questa energia interna si spegne, come cantava Fabrizio De Andrè, e la persona rischia di dimenticarsi di quella parte d’oro che è viva in ognuno di noi.
Un percorso oltre il pregiudizio, quindi, che come tutti i pregiudizi è terribile, ma che nel caso della malattia psichica ha un valore aggiunto perché a essere minacciate sono le certezze dell’io razionale, la sua esigenza apollinea, come, già nell’antichità chiariva Euripide nelle Baccanti (Euripide, Le Baccanti, trad. di E. Romagnoli, Zanichelli, Bologna 1950). È stato Foucault, (op. cit.) l’archeologo del sapere, a rivelare quanto la cultura moderna ha occultato, costruendosi intorno ad un pensiero categoriale e forte, fondato su un Io arroccato su posizioni logocentriche, che ha cercato di escludere ogni zona d’ombra. Proprio per questo la storia della follia non è solo una storia di esclusione.
Ed è sempre Goya a richiamare la nostra attenzione su una prigionia non esterna questa volta, ma interna, ancora peggiore: il male oscuro.
Se pensiamo all’incidenza della malattia psichica nei nostri giorni, al punto che uno su dieci dei nostri giovani soffre di depressione, possiamo capire quanto pesa  l’occultamento di queste zone scoscese e carsiche, nascoste sempre più da richiami luccicanti, tutti efficienza e prestazione…. Riconoscere in questa linea d’ombra un aspetto integrante e complementare del complessivo essere uomo può divenire, come abbiamo fatto con i nostri ragazzi, un percorso di prevenzione e di promozione della salute e può aiutare a trovare le parole per definire gli stati d’animo e per chiedere aiuto, senza che gravi quella vergogna, che altro non è se non stigma contro se stessi e che porta (ce ne accorgiamo nelle nostre scuole!) a ricorrere poco al CIC -Centro di Informazione e Consulenza- per paura di essere additati.
Durante tutto il percorso l’avvicinarsi dei giovani a chi ha una sofferenza psichica non è stato lasciato all’improvvisazione o solo all’emozione, ma ad una conoscenza, consapevolezza e condivisione.
I risultati sono stati positivi, l’atmosfera serena e quieta, la ricaduta nella scuola, arricchente e significativa, anche per chi all’inizio aveva manifestato perplessità e resistenze. L’esperienza ci è sembrata veramente “nutritiva”. Nel salutarci, alla fine dei nostri incontri, un nostro ospite ha chiesto esitante: “Ma questo è un addio?”, e con queste parole ha aperto la via ad un’accoglienza che si vuole rinnovare e condividere.
La sensazione alla fine di questo percorso, che pure ha portato a contatto col dramma umano, non è uno scoramento, ma all’opposto un’apertura verso una ragione che può farsi più generosa e attraverso cui, come diceva Dubuffet è più facile individuare la via che porta a “trasformare il quotidiano in una meravigliosa festa”.  (op. cit., p.32) Ed è proprio una festa quella che abbiamo vissuto nei nostri incontri del martedì ……. che, come ci ha detto una ragazza del gruppo, “ci ha insegnato ad andare oltre”.   

Katia Caterina Coppoletta
Pedagogista Clinico®