Progetto, nascita e sviluppo del bambino

di Giuseppe Talamucci

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Con questo lavoro intendo mettere in evidenza, rispetto ad alcuni momenti di vita del bambino, i diversi punti di vista, quello medico e quello pedagogico clinico. Visioni differenti ben evidenti già  a partire dall’esplicitazione del progredire della vita umana dai suoi albori alle prime fasi dello sviluppo. La classificazione medica che segna questo progredire è corretta, è una descrizione dei fatti nel loro procedere, universalmente condivisa, ma è fredda, non ci dice alcunché di cosa sta dentro i vari periodi nei termini di movimenti emotivo-affettivi che caratterizzano la vicenda umana vissuta dai protagonisti. In questa classificazione medica, che non riesce ad abbandonare il termine “periodo”, come spazio di tempo qualificato, si comprende il periodo preconcezionale, il concepimento, il periodo prenatale, la nascita, il periodo neonatale e il periodo post-natale. Il Pedagogista Clinico® che conosce ciò che la biologia mostra nella storia naturale del bambino, pur andando in parallelo alla classificazione medica tradizionale, va oltre, e mette in evidenza gli elementi di fondo che caratterizzano l’evoluzione, si ha così una diversa elencazione di situazioni storiche: il progetto, la nascita biologica, l’attesa, la conoscenza, l’attaccamento, l’allevamento e lo sviluppo.

 

                  Visione medica                                       Visione pedagogico clinica

 

 

Periodo preconcezionale Il progetto
Il concepimento La nascita biologica
Periodo prenatale L’attesa
La nascita La conoscenza
Periodo neonatale L’attaccamento
Periodo postnatale L’allevamento e lo sviluppo

 

Un linguaggio diverso quello del Pedagogista Clinico® che ritengo assai utile, perché comprensibile dalle persone che richiedono aiuto, facilitando così la raccolta dei dati anamnestici e, soprattutto, idoneo a far riflettere fin dal primo colloquio sull’intima essenza di cosa stiamo parlando. Una terminologia che permette di fare emergere più facilmente i fatti emotivi vissuti dalla coppia o dal singolo, rispetto alla classificazione medica, che si riferisce esclusivamente al bambino e non anche agli adulti che danno ad esso la vita. Nel riferirsi alla genitorialità il Pedagogista Clinico dimostra un vivo interesse verso il rapporto adulti/bambino, consapevole dei tanti metodi che fanno parte del suo  bagaglio professionale per un appropriato aiuto a queste componenti.

 

Lo sviluppo del bambino

Uno schema degli avvenimenti osservati secondo l’ottica medica e l’ottica pedagogico clinica riprodotti in schema possono meglio favorire la definizione delle differenze.

      Avvenimenti              Visione pedagogico         Visione medica

                                               clinica                   

 

0                              0

  simbolo             simbolo

   uomo                 donna

 

 

 

Il progetto

 

 

             Periodo

     pre – concezionale

       Concepimento

 

    La nascita biologica         Concepimento
 

 

 

 

 

0 + 0          bambino

 

 

sfera  psico      vita   embrionale

affettiva                  vita fetale

 

 

 

 

 

 

 

L’attesa

 

 

 

 

 

 

 

 

Periodo pre – natale

 

 

 

       La nascita

Incontro adulti – bambino

La conoscenza

L’attaccamento

 

 

La nascita

Periodo neo – natale

 

Sviluppo sociale

Sviluppo cognitivo

 

 

 

L’allevamento

Lo sviluppo

 

    Periodo post – natale

 

Gli “avvenimenti” messi a confronto con le diverse ottiche connotazionali e scientifiche impongono adesso un approfondimento su le principali tematiche pedagogico cliniche rivolte ai vari momenti della storia “naturale” del bambino e al vissuto dei genitori.

 

 

STORIA NATURALE DEL BAMBINO

 

 Progetto

 

 

Nascita biologica

 

 

Attesa

 

Conoscenza

 

 

Attaccamento

 

 

Allevamento

 

 

Sviluppo

 

Programmato -per scelta  

 Consapevole

-per

 compenso

-per finalità

 estranee al

 bambino

 

 

Assenza di progetto

  -tranquilla

-frustrazioni

  riguardo la

  propria

  personalità

-paure

-solitudine

-fantasie

 

-corrispon

  denza fra

  figlio reale

  e figlio

  della

  fantasia

-delusione

-negazione

 della

 malattia del

 figlio

-rifiuto del

 figlio

 

   

-rapporto

 alimentare

-accresci

  mento

  staturo

  ponderale

-sonno

-funzioni

  intestinali

 

-motricità

-linguaggio

-controllo

 sfinterico

-relazione

 

 

 

Il progetto (periodo preconcezionale)

Nel progetto si possono riscontrare due situazioni, quando esiste un progetto di genitorialità o  quando esiste l’assenza di un progetto con un concepimento  “dovuto al caso” (o alla distrazione?).

Il concepimento avvenuto senza avere all’origine un progetto programmato può creare un disagio nella coppia per la novità inattesa che certo sovverte il ritmo della loro vita. Il momento di disagio può non incidere fino ad accettare la gravidanza oppure può prendere il sopravvento fino a spingere l’adulto a rifiutarla e fare ricorso all’interruzione volontaria (I.V.G.). In ambedue le situazioni l’intervento del Pedagogista Clinico è fondamentale, egli può aiutare la donna e il suo partner nel rispetto della loro libera scelta.

Quando è presente un progetto di genitorialità per scelta consapevole delle componenti la coppia, l’inizio della nuova vita è certamente favorita e si pongono le premesse per le future relazioni, ma non sempre è così. Il concepimento può essere programmato, ad esempio,  per compensare una situazione emotivo-affettiva precaria nella coppia, o per sostituire un figlio deceduto, oppure per finalità egoistiche come  la realizzazione di sé, madre o padre, a seguito di un fallimento come uomo o come donna. Talvolta la gravidanza può essere programmata per finalità estranee al bambino, come  nel caso in cui si da la vita ad un secondo figlio perché possa in seguito aiutare il fratello disabile, o per disporre di organi da prelevare e donare ad un altro figlio che ne ha necessità, oppure per essere dato in adozione, o venduto, come avviene in certe aree socio-culturali depresse.

Quando invece si riscontra l’assenza di un progetto e il concepimento viene rifiutato, il Pedagogista Clinico può aiutare la donna che è ricorsa alla I.V.G., oltre che con un sostegno psicologico con l’utilizzo dei vari metodi che si rivolgono alla corporeità, poiché tutto il dramma è vissuto proprio nel corpo, quel corpo ha ospitato un essere non desiderato, che è stato violato dall’ intervento ostetrico, svuotato di qualcosa che pur le apparteneva. Un corpo che deve ora ritrovare un giusto equilibrio fisico e psichico.

Lo stesso intervento pedagogico clinico riferito alle nascite naturali deve potersi estendere anche alle “nascite“ per adozione. Oltre a ciò il Pedagogista Clinico, può veramente realizzare un progetto di “gravidanza pedagogico clinica” per le coppie che chiedono di adottare un bambino, sia in collaborazione con i Tribunali per i Minorenni e Consultori Familiari, che nel proprio studio privato. Un impegno professionale per arginare il nostro sistema socio-sanitario che, nei confronti della preparazione degli adottandi, è veramente carente. La coppia che chiede di avere in adozione un bambino si perde in un defatigante labirinto fatto di tanti documenti, domande, speranze, delusioni, rinvii. La loro motivazione alla filiazione è frettolosamente esaminata, per di più in modo indagatorio, per cui questo periodo di attesa è vissuto con paura, frustrazioni e con fantasie negative; inadeguatezze che possono trovare un’alternativa nella professionalità del Pedagogista Clinico.

 

L’attesa (periodo prenatale)

La visione tradizionale sottolineata dalla terminologia medica circoscrive la  “gravidanza” per la madre e il “periodo prenatale” per il bambino nelle sue fasi di sviluppo embrionale e fetale, dimentichi del padre. In Pedagogia Clinica invece definiamo l’“attesa” come il periodo che va dalla nascita biologica, avvenuta al momento del concepimento, fino alla nascita anagrafica o conoscenza. Una “attesa” per entrambi i genitori che hanno messo a disposizione i propri gameti per dar vita ad un nuovo essere umano.

L’attesa può essere tranquilla, soprattutto se fa seguito ad un progetto programmato per scelta consapevole, oppure, nella donna, possono comparire frustrazioni riguardo la propria personalità che deve adattarsi ad una fase fisiologica nuova, al proprio corpo che si modifica e alle proprie abitudini sessuali.

Possono comparire paure non reali e quindi fantasmatiche, che si riferiscono spesso al timore di avere un figlio con anormalità, rinforzato da sogni dello stesso contenuto. Qualche volta la paura è proiettata sul dolore che il parto comporterà e per questo viene fatto richiesta di ricorrere al parto cesareo senza necessità obiettiva ostetrica, sacrificando così una esperienza naturale, che sancisce nella primipara il passaggio dall’essere figlia ad essere madre. Oppure l’attesa può essere vissuta in solitudine a causa di un restringimento degli interessi sociali e limitazioni nelle relazioni.

Una nota di diverso orientamento sono le fantasie sul bambino che verrà, con gli occhi della mente, in accordo con i loro desideri, che, se non sono eccessive hanno una grande funzione psicologica: creare nella mente dei genitori uno spazio per il bambino, una sorta di “culla psicologica”, nella quale il bambino si ritroverà al momento della nascita.

In tutto questo è facile intravedere quante situazioni di aiuto si presentano al Pedagogista Clinico durante il momento dell’attesa. Un esempio di attualità è l’uso pedagogico clinico dell’ecografia in gravidanza. Il medico, in questo caso l’ecografista, monitorizza il decorso della gravidanza ed ha una visione corretta della realtà osservabile. Un  dato importantissimo di cui oggi non ne possiamo fare a meno per tutelare la salute della gestante e del bambino. Ma chi si prende a cuore di aiutare le persone a vedere cosa sta sotto questa realtà osservabile?

Attualmente viene dato poco spazio per contattare le emozioni, per valutare la risonanza affettiva, per contenere le eventuali delusioni che la coppia in attesa prova di fronte ad un esame ecografico, l’occasione per “vedere” con i propri occhi ed in maniera paritetica fra madre e padre, il proprio bambino molto tempo prima della conoscenza reale al momento della nascita.

Si apre allora uno scenario nuovo, impensabile per la psicopedagogia tradizionale, dove il Pedagogista Clinico applica razionalmente i propri metodi nella gestione delle immagini ecografiche. Inserito in un team di monitoraggio della gravidanza o nel proprio studio, egli può aiutare i genitori alla gestione delle fantasie incanalandole nella funzione di creare uno spazio mentale per il bambino.

 

La conoscenza

In questo momento, il bambino che ha già alle spalle nove mesi di intensa vita, esce allo scoperto e si presenta all’esterno con la propria realtà individuale.

E’ un momento molto delicato ma ricco di significati, superato il trauma della nascita, inteso come adattamento ad un ambiente del tutto nuovo rispetto a quello sperimentato nella vita endouterina, il bambino inizia l’”attaccamento” alla figura umana. Una conoscenza reciproca ben accolta specie se c’è corrispondenza tra il figlio reale, lì presente, e il figlio nato nella fantasia. Una fortunata coincidenza che può anche non presentarsi, o perché le fantasie sono state eccessive tanto che la realtà mai si potrebbe accordare ad esse, oppure, cosa più grave, perché il bambino presenta una disabilità o un difetto congenito. In questo caso la “ferita narcisistica” di aver generato “un giocattolo rotto” è forte, e pesante è la delusione che ne consegue, e che può condurre ad uno stato depressivo. Ma come sempre succede di fronte ad eventi psico – traumatizzanti, compaiono le difese che in questo caso possono essere rappresentate dal rifiuto del figlio, dalla negazione della sua malattia o, comunque, dalla sua accettazione.

Il rifiuto del figlio può  portare al  suo vero e proprio abbandono e quindi messo in condizioni di non sopravvivere, o essere soppresso in maniera brutale, oppure lasciato ad altri che si prendano cura di lui. Altrimenti, più spesso si tratta di un rifiuto psicologico transitorio al quale fa seguito un senso di colpa che, unito ai sentimenti negativi provati nei confronti del figlio, conduce ad un ipeprotezionismo compensatorio; tutti aspetti che possono trovare valide risposte dal Pedagogista Clinico. Di indubbio interesse per questo professionista è quella particolare situazione chiamata “sentimento di vulnerabilità” che si ha quando una gravidanza decorre in modo patologico, con malattie della madre, minacce d’aborto, esposizione a sostanze radianti, assunzione di farmaci, ripetute situazioni di stress acuto, ecc., e la probabilità che il bambino possa subire danni è alta. Ma che per quelle difese che la natura sa approntare, fortunatamente, il bambino nasce sano. In questo caso per il  medico, ostetrico o neonatologo o pediatra il caso è chiuso: l’obiettività dimostra che il bambino è normale. Ma per la madre, e spesso anche per il padre, non è così: l’aver sperimentato le paure per l’incolumità durante la sua attesa, strutturano la  preoccupazione che il figlio sia più sensibile degli altri agli agenti patogeni, il “sentimento di vulnerabilità” appunto, per cui il loro atteggiamento educativo sarà improntato ad un eccessivo iperprotezionismo (ICD10 Asse 5: 4. 0 = iperprotezione dei genitori) con forte limitazione per il bambino a fare esperienze (ICD10 Asse 5: 4. 2 = privazione della possibilità di fare esperienze).

 

L’attaccamento (periodo neonatale)

Dopo l’articolo sulla vita intrauterina che apparirà nel prossimo numero della rivista, seguirà la trattazione sull’attaccamento.

 

L’allevamento e lo sviluppo (periodo postnatale)

Nella visione pedagogico clinica, allevamento e sviluppo vengono seguite con grande attenzione, poiché non può sfuggire che, spesso, dietro la lente che focalizza solo l’allevamento ci possa essere l’occhio di una persona ansiosa che osserva la crescita del bambino in maniera ossessiva, capace solo di vedere il latte come quantità, calorie e tempi di somministrazione. L’accrescimento del peso e della statura, le funzioni intestinali ed il sonno valutati col metro dell’ansia ossessiva.

La visione focalizzata sullo sviluppo è caratteristica invece della persona equilibrata, che ha fatto uno spazio nella sua mente per il bambino, forse anche per una buona gestione delle fantasie durante il periodo dell’attesa. Il lattante in tal caso non si sente esclusivamente oggetto di interventi esterni che lo accudiscono in maniera ansiosa.

Alla scoperta delle giuste regole può contribuire il Pedagogista Clinico aiutando i genitori a considerare il bambino, sia pure ancora completamente dipendente, un’entità distinta, ed evitare ogni rapporto nevrotico.

I problemi sull’allattamento non finiscono qui, l’allattamento al seno, per il lattante, è la modalità più fisiologica di alimentarsi, quella naturale che è certamente da favorire. Ma quando la madre non ha latte (agalattia), o il suo latte è dannoso per il figlio (fenilchetonuria), deve essere condannata a subire i giudizi negativi degli altri e a soffrire per i propri sensi di colpa? Ebbene, il Pedagogista Clinico è chiamato a ribaltare questo giudizio e di conseguenza il disagio psicologico che ne deriva alla madre, la quale desidererebbe allattare il proprio bambino, ma non lo può fare. Essa deve sapere che anche attraverso l’allattamento col biberon, tenendo il bambino poggiato al suo  seno nudo può permettergli, specie quando posto sulla parte sinistra, di riconoscere il battito cardiaco e ripetere quella esperienza che aveva già fatto in utero, e, nel  guardarlo negli occhi, parlargli, può passare così quella quantità di affettività che deve completare le quantità caloriche, entrambe indispensabili per la crescita psichica e fisica del piccolo.

 Realizzato in tal modo l’allattamento artificiale non è più frustrante, addirittura può essere superiore ad un allattamento al seno fatto in maniera distratta, leggendo il giornale, guardando la TV, chiacchierando con le amiche o litigando col marito. Un vero modo di considerare il bambino alla stregua di una macchina ferma  alla stazione di rifornimento col tubo del carburante inserito nell’apposito bocchettone, il capezzolo nella bocca del bambino.

E’ una delle tante sfide che il Pedagogista Clinico deve affrontare nel rivedere nozioni psicologiche del passato (Spitz, Bowlby, Freud, per citare solo qualcuno), tanti luoghi comuni, non più attuali in una situazione sociale e culturale che è cambiata e che cambia rapidamente.

E’ quello che faremo nelle prossime occasioni quando avremo l’opportunità di fermarci sulla vita intrauterina, sui primi tempi della vita extrauterina e le modalità di attaccamento.

(in Rivista Pedagogia Clinica-Pedagogisti Clinici, Edizioni Scientifiche ISFAR Firenze, n. 11/2005)

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