Reflecting® e Nuova Maieutica

Tratto dal libro “Pedagogia Clinica – Scienza Transdisciplinare. Ricerca Scientifica e Sperimentazione”

Il percorso di ricerca si è dunque fondato sul principio di promuovere nella persona la capacità di dominare le circostanze, valorizzando le sue risorse attraverso lo stimolo alla riflessione. Riconoscendo tali potenzialità, è stato possibile dimostrare quanto l’essere umano sia in grado di ampliare la propria conoscenza e di disvelare dimensioni profonde del Sé. In questa prospettiva prende forma il Reflecting, che confluisce nella Pedagogia Clinica come ausilio alla riflessione mediante l’impiego di codici semiotici idonei ad accogliere le strutture affettive, le esperienze di sofferenza e di gioia e la storia interiore della persona. Nel percorso riflessivo la persona è accompagnata a far emergere
la propria verità e a decifrare il “geroglifico” del proprio passato e presente. Tale compito, impegnativo e delicato, non coincide con l’arte maieutica attribuita a Socrate, ma si distingue dal metodo argomentativo dell’arte dialettica. L’uso della parola come tecnica dell’interrogare e del dirigere può infatti celare il rischio di limitare la libertà della persona. Nel percorso sperimentale della riflessione la persona viene accompagnata a far emergere la propria verità, a decifrare il geroglifico solo in apparenza inintelligibile del proprio passato e del proprio presente. Si tratta di un compito arduo, fondato sull’arte maieutica, troppo spesso confusa con quella che Platone attribuisce a Socrate, ma che qui si riferisce unicamente al metodo argomentativo dell’arte dialettica.
All’uso della parola, intesa come tecnica dell’interrogare, del domandare, del dirigere, dell’indirizzare e del consigliare, va attribuita la responsabilità di poter celare alla persona il rischio che proprio la parola divenga un agente limitante della libertà. Per evitare confusioni tra i principi della maieutica sostenuti dal Reflecting e l’arte maieutica socratica, la ricerca si è interrogata su ciò che Socrate effettivamente facesse “partorire” ai suoi interlocutori e sulle modalità adottate.
La risposta risiede nella struttura dialogica a spirale del dialogo socratico, articolata in domande, risposte, obiezioni e ulteriori interrogativi.
Il punto focale, motore dell’intero processo, è il tì ésti, l’interrogativo definitorio (“che cos’è?”), la richiesta di una definizione precisa dell’oggetto di discussione. Il dialogo socratico nasce dall’amore per la sapienza e dalla ricerca dei limiti e delle possibilità della conoscenza umana, che, secondo Aristotele ha origine dalla “meraviglia”, e dunque dal momento in cui l’uomo comincia a interrogarsi su sé stesso e sul
mondo. Per questa ragione Socrate dialogava di questioni propriamente umane e chiedeva ai suoi interlocutori di analizzare concetti
quali santità, empietà, bellezza, giustizia, saggezza, coraggio, viltà, Stato, politica e governo per giungerne a una definizione.
Nel caso della virtù, per esempio, Socrate desiderava che gli interlocutori non si limitassero a enunciarne i diversi tipi, ma ricercassero
la definizione della virtù in sé stessa, come afferma nel Menone. Anche se le virtù sono molte e diverse, è in tutte un’identica specie ideale per cui sono virtù”, è appunto affidandosi in questa specie ideale, che uno ha la possibilità, rispondendo a chi lo interroghi, di chiarire bene la questione sul che cosa sia la virtù. Dagli studi emerge chiaramente che l’intento filosofico socratico era far partorire agli uomini verità comuni, indipendenti dai loro punti di vista soggettivi, dalle formulazioni cristallizzate e dalle convinzioni infondate. La filosofia socratica si configurava come ricerca e dialogo sui problemi dell’uomo: «Di tutte le ricerche, la più bella è proprio questa: indagare quale debba essere l’uomo, e che cosa l’uomo debba fare» (Gorgia 488a).
Tale obiettivo veniva perseguito tramite discorsi brevi (brachilogie), indipendenti dalle opinioni soggettive, mediante una dialettica stringente che faceva uso dell’ironia socratica (eironeia), ossia dissimulazione strategica, e attraverso la confutazione serrata delle risposte ottenute. Socrate metteva l’interlocutore di fronte alla propria ignoranza, per condurlo a maggiore rigore concettuale e spingerlo a formulare risposte sempre più precise. La ricerca ha dovuto chiarire se obiettivi e mezzi socratici fossero realmente compatibili con un percorso di conoscenza di sé, analogo a quello perseguito dal Reflecting, oppure se Socrate si limitasse a un dialogo filosofico attraverso il quale ciascuno, “filosofando”, affrontava questioni relative alla propria umanità, senza tuttavia attivare processi emotivi profondi, né promuovere una trasformazione dello stile di vita o un riequilibrio affettivo emotivo. Un filosofare quindi per far rintracciare all’uomo, che si fa problema a sé medesimo, il significato profondo del suo essere uomo, ma non anche aiutarlo a mobilizzare in lui un’intensa risposta emotiva, a fargli asserire la sua volontà, ad affermarsi senza provare sentimenti di colpa, ad assumersi le proprie responsabilità e usare creativamente le proprie capacità nei suoi compiti vitali per riuscire a migliorare i rapporti con la realtà, a raggiungere un equilibrio emotivo-affettivo e promuovere lo sviluppo della personalità. È stato quindi verificato che l’opera socratica si limitava a un esercizio filosofico, privo di attivazione profonda dei processi affettivi e trasformativi.
La sperimentazione ha evidenziato che la conoscenza di sé richiede un percorso complesso: attraversare zone oscure, superare resistenze, esplorare in profondità la propria interiorità. “Conosci te stesso” significa ripercorrere la propria storia, rintracciare le radici dell’Io, osservare fragilità e conflitti, oltrepassare apparenze e formalismi fino a percepire il proprio nucleo essenziale.
La Nuova Maieutica del Reflecting, invece, si fonda su un principio essenziale: offrire alla persona un aiuto a riflettere su di sé mediante le proprie risorse, affinché possa generare risposte adeguate a superare ostacoli e dominare le circostanze.
Tale processo implica il superamento di tabù e resistenze e consente di individuare le cause del disagio, riscoprire forza e determinazione
e vivere con maggiore pienezza. La funzione maieutica, in questa prospettiva, opera in profondità, favorendo il riconoscimento di motivazioni, bisogni e tensioni interiori. La conoscenza di sé comporta l’emergere di aspetti intrecciati in una struttura complessa e richiede disponibilità al cambiamento. Le nuove consapevolezze rafforzano il controllo interno, migliorano l’equilibrio emotivo e favoriscono una più chiara comprensione di timori, conflitti ed espressioni emotive.
L’impegno del Reflecting si configura così come autentica azione di aiuto, orientata a superare inferiorità e scoraggiamento, favorire la crescita personale e sostenere una trasformazione dello stile di vita. Attraverso uno stimolo riflessivo mirato, la persona è accompagnata a esplorare la propria esperienza, elaborare frustrazioni, mobilitare energie interiori e assumere responsabilmente la direzione della propria esistenza. Questo ausilio richiede al professionista competenze nei codici semiotici e nei fenomeni linguistico-comunicativi che influenzano
i processi di aiuto. Il Reflecting valorizza anche il silenzio come forma di linguaggio: tacere non equivale a semplice assenza di parole, ma può costituire una modalità comunicativa significativa. In tale prospettiva, il principio del gnōthi sautón trova nuova espressione: la Nuova Maieutica orienta la persona verso uno sviluppo del Sé fondato sulla riflessione soggettiva e sulla costruzione di nuovi equilibri interiori. Il percorso diviene un viaggio dinamico verso l’armonia, che consente di trasformare la stasi in movimento, integrare ombra e luce della personalità e instaurare relazioni più autentiche.
Attraverso adeguati stimoli alla riflessione, la persona può analizzare autonomamente la propria esperienza, accedere alla dimensione
interiore, riconoscere ciò che emerge e ritrovare fiducia e orientamento.
L’esortazione “conosci te stesso” assume così un significato rinnovato: prendere in mano le redini della propria esistenza e dirigersi verso mete più ampie e consapevoli.