Riflessioni pedagogico-cliniche sull’integrazione scolastica degli alunni allofoni neo-arrivati a Ginevra

di Claudio Rao

 

In base alle osservazioni direttamente o indirettamente compiute su allievi neo-arrivati a Ginevra negli anni scolastici 2015/16 e 2016/17 abbiamo elaborato alcune riflessioni che sembravano imporsi agli occhi di un professionista nella relazione d’aiuto. Le sintetizziamo nella convinzione che anche in Italia, terra di immigrazione in prima linea, colleghi e istituzioni possano trovarne una qualche utilità.

L’integrazione

Per prima cosa ci è sembrato che l’ordine delle priorità, delle tappe-clou, attraverso le quali il processo pedagogico clinico debba snodarsi siano:

l’integrazione scolastica

i pre-requisiti all’apprendimento

la motivazione fronte agli apprendimenti

il successo scolastico

l’orientamento scolastico

l’orientamento socio-professionale.

 

Riteniamo che la pietra miliare, la conditio sine qua non, il presupposto di ogni processo di apprendimento del neo-arrivato nei Paesi di accoglienza sia l’integrazione scolastica e socio-professionale.

Questo processo gli fornisce un senso di appartenenza al gruppo-classe, alla comunità di accoglienza, al mondo istituzionale per attivarlo o ri-attivarlo nel suo ruolo di studente, di inter-attore sociale. Le nostre osservazioni e i nostri studî si sono concentrati su soggetti in età evolutiva che venivano ad innestarsi nella scolarità obbligatoria. Per questo il linguaggio e le riflessioni possono apparire circoscritte, ancorché ampliabili ed applicabili anche ai giovani adulti.

Vi sono diversi indicatori per valutare il grado d’inserimento nel sistema; d’integrazione scolastica. Intanto la presenza effettiva ed affettiva a scuola. Poi l’adattamento, ovvero la progressiva acquisizione della “cultura” della scuola. Segue il senso che il bambino o l’adolescente dà alla propria appartenenza alla classe e alla scuola. E ancora, la relazione educativa che si crea tra l’allievo e l’insegnante come condizione favorente l’integrazione scolastica. Poi le relazioni reciproche tra pari: tra il giovane e i suoi compagni di classe nonché gli altri allievi della comunità scolastica. Ma altresì l’analisi delle competenze (formali e informali) già in possesso dell’allievo, sondate in lingua materna per gli alunni stranieri. Il comportamento in classe e a scuola. I progressi compiuti in relazione agli apprendimenti. E infine il ruolo svolto dai genitori: le relazioni con il docente e con gli altri attori del sistema-scuola.

Un insuccesso del processo d’integrazione porta al rischio di esclusioni o segregazioni. E, in base alle osservazioni da noi compiute su campioni non significativi della popolazione del cantone di Ginevra, favorisce l’insuccesso scolastico degli allievi svizzeri o migranti delle classi sociali più fragili e meno abbienti, soprattutto quando è collegato alla marginalizzazione sociale delle rispettive famiglie.

Il successo dell’integrazione scolastica puo’ invece creare un circolo virtuoso nella prosecuzione degli studî dell’allievo soprattutto se dotato dei prerequisiti necessarî agli apprendimenti. Questo accrescerà la sua motivazione, ne favorirà la riuscita, e il suo futuro orientamento sociale e professionale.

I genitori migranti

Fronte alle famiglie dei migranti il sistema-scuola deve saper rispondere con adeguata efficienza alle sfide che gli si presentano, nell’esclusivo interesse dei suoi giovani utenti.

A nostro avviso è indispensabile un incontro alla presenza di un interprete/mediatore linguistico. Incontro, colloquio che va adeguatamente preparato.

Prima del colloquio

Preparazione dell’incontro insieme all’interprete. E’ un momento indispensabile per il successo dell’operazione perchè permette di chiarire come si intende condurre il colloquio e che cosa ci si aspetta dall’interprete.

Contenuti. Informare l’interprete di ciò che si vuole sondare e degli argomenti che verranno trattati. Inutile ricordare che il professionista resta l’insegnante che deve precisare al traduttore il contesto che intende creare e le domande che porrà. Dal canto suo l’interprete (soprattutto se conoscitore della cultura del paese di provenienza) saprà cogliere e riferire i segnali, le allusioni della famiglia che potrebbero fornire elementi utili soprattutto su traumi legati a situazioni di guerra, di abusi o di traumi per i quali è necessaria la massima cautela.

 Collaborazione. Precisare e concertare il tipo di collaborazione tra docente e interprete. Le buone relazioni sono improntate al rispetto reciproco di ruoli e competenze. L’insegnante avrà la responsabilità di gestire il colloquio: da solo o in armonia con con la collega. L’interprete potrà interrompere il colloquio per precisare sollecitamente punti poco chiari, dissipare fraintendimenti o fornire una spiegazione più precisa.

Traduzione. Il ruolo dell’interprete (repetita juvant, ergo non temiamo di precisarlo) è quello di tradurre nel modo più preciso posssibile ciò che dice l’allievo o il genitore. Se è necessario l’interprete sarà autorizzato a dare una spiegazione più dettagliata. Egli dovrà ugualmente tradurre nel modo più preciso possibile ciò che l’insegnante dice al ragazzo o ai genitori. Anche in questo caso l’interprete deve sentirsi autorizzato a completare le spiegazioni in modo che la comprensione sia inequivocabile. Esprimere i discorsi in modo chiaro e privo di ambiguità. Se l’interprete appartiene alla stessa comunità della famiglia, il rischio è che (consciamente o inconsciamente) tenda ad abbellire i discorsi come se dovesse difendere l’immagine della cultura o del paese. E’ importante che la traduzione sia effettuata nel modo più preciso possibile anche se le frasi e i discorsi sono frammentarî o interrotti e ripresi. Solo così si potrà avere un qaudro più chiaro ed utile della situazione. Precisare ciò che è intraducibile piuttosto che entrare in curiosi labirinti linguistici. Un buon traduttore sa che questo puo’ accadere e che non mette per nulla in discussione la sua capacità interpretativa. Trasmettere i propositi aggressivi o indelicati:il ruolo dell’interprete non è quello del moderatore né del censore. Sottolineare il valore affettivo delle parole usate dall’allievo, dalla famiglia e dall’insegnante (valore e peso che puo’ variare secondo le culture).

Cultura. E’ buona regola informarsi dall’interprete sui valori e le tradizioni culturali da tener presenti durante il colloquio. L’interprete puo’ fornire preziosi consigli e informazioni su abitudini, modi di vita, codici linguistici, posturali, culturali, relazioni interpersonali giovani/adulti/anziani o donne/uomini. E’ importante precisare al traduttore che è tenuto al segreto d’ufficio come ogni docente e membro dell’amministrazione scolastica. Se fa parte della stessa comunità dell’allievo è indispensabile che la scuola sia vigilante su un eventuale “conflitto d’interessi”. Importante altresì prevedere un tempo congruo per il colloquio che non deve incunearsi tra una riunione e l’altra, ma godere dello spazio e del tempo necessarî allo scambio e all’ascolto.

Questioni amministrative. Prevedere là dove è possibile la registrazione del colloquio o, in subordine, una verbalizzazione dell’incontro da parte di un membro del personale non direttamente coinvolto. Per questo si suggerisce una riflessione con l’amministrazione dell’istituto.

Inizio del colloquio

Presentazione. preparare l’interprete e presentarlo alla famiglia. «Il Sig./la Sig.ra Tale che è di lingua madre… mi aiuterà a capirvi e a spiegarmi meglio. Come me è tenuto al segreto professionale e quello che ci diremo resterà tra queste mura». Sarà importante precisare la ragione e lo scopo della riunione. Parole utili, spesso indispensabili, che favoriscono un clima di fiducia e di dialogo. 

Sistemazione. Prevedere una disposizione dei posti (sedie intorno ad un tavolo senza posizioni che richiamino gerarchie o rinviino a studî ed esami). Rivolgere sempre lo sguardo ai genitori e non all’interprete, soprattutto se i familiari hanno difficoltà ad esprimersi; questo faciliterà il contatto. Rivolgere sempre la parola ai genitori o al ragazzo: «Cosa ne pensi? / Cosa ne pensate?» in luogo di “parlare all’interprete” (Cosa ne pensano?). Chiedendo di fare altrettanto all’interprete che tradurrà «Ho dei problemi con i compagni» al posto di usare la terza persona (dice che ha dei problemi…).

Durante il colloquio

Pazienza. Il tempo come alleato. Una buona traduzione puo’ indurre l’interprete a formulare lunghe spiegazioni o paralleli ed anche a porre qualche domanda. Spesso è un segno di attenzione e professionalità.

Lingua. Si usi un linguaggio semplice, accertandosi che l’allievo/la famiglia abbia ben capito e che la comprensione sia… reciproca! Non è raro che la nostra comprensione possa in effetti essere parziale o inadeguata fronte al gap con certe culture. Si potranno utilizzare frasi del tipo: «Se ho capito bene, voi…» . Non esitando a chiedere una sintesi di ciò che ci si è detti.

Gestione del colloquio. Mantenere sempre e non lasciarsi mai sfuggire il timone della conversazione. Puo’ capitare di assistere a un dialogo che si “rinchiude” tra i genitori e l’interprete o l’operatore e il traduttore. Bisogna evitare analoghe situazioni che di fatto escludono uno dei partecipanti. Mantenendo un certo livello di tolleranza necessario al dialogo. Si incoraggino i familiari che culturalmente non oserebbero chiedere spiegazioni ai docenti a farlo per favorire una collaborazione attiva e non passiva con la Scuola. Approfitare dei momenti in cui si è in silenzio per osservare l’allievo e i suoi genitori! I momenti in cui i familiari e l’interprete si parlano sono preziosi e offrono un palco privilegiato di osservazione totalmente assente nei colloquî frontali.

Fine del colloquio

Confronto. Alla fine del colloquio è buona norma prevedere un momento di scambio e di confronto con l’interprete. Questi scambî miglioreranno la collaborazione e permetteranno di analizzare l’incontro, precisando i punti rimasti sul vago e di approfondire aspetti della cultura che possono essere emersi durante il colloquio. Se sono stati trattati degli argomenti sensibili o dolorosi, chiedere all’interprete se è disposto a parlarcene e a condividere con noi vissuti che possono esserci totalmente estranei.

Annotare. Schematicamente le cose che ci sono parse importanti e, insieme, il nome dell’interprete/mediatore che è intervenuto nel colloquio. Sarà utilissimo conservarne anche i dati per poterlo eventualmente ricontattare.

Sperando che il nostro studio sia stato utile, terminiamo con alcune riflessioni sul concetto di integrazione (spesso usato e molto spesso abusato).

L’integrazione è il processo che permette a una persona di partecipare in maniera cosciente, attiva ed armoniosa a una determinata realtà storica, sociale, culturale e linguistica. L’integrazione prescolastica e scolastica dei bambini è la conditio sine qua non perché ciascuno sia  motivato fronte alle attività didattiche, esprima le proprie potenzialità e possa avere la possibilità di orientarsi a livello scolastico e professionale in base alle proprie effettive capacità.

Tutto questo va preaprato, presdisposto attraverso diversi accorgimenti fin dai primi anni di scolarizzazione:

nell’età prescolastica è necessario favorire lo sviluppo cognitivo, affettivo, sociale, morale e spirituale del bambino;

utilizzare le tecniche psicologiche e pedagogico-cliniche che stimolano le capacità linguistiche, l’autonomia, la socializzazione dei piccoli utenti;

nell’assoluto rispetto delle appartenenze linguistiche, culturali e religiose, facilitare e permettere di conoscere meglio la storia, la lingua e la cultura della comunità di accoglienza per trovare le proprie modalità di integrazione;

favorire e incoraggiare la realizzazione di progetti di scambio culturale e linguistico tra le famiglie migranti e quelle locali.

Ginevra, crocevia di etnie, lingue e culture diverse si è rivelato un ottimo osservatorio per i processi di integrazione nella Scuola. La stessa ONU ha dedicato una sessione del Consiglio Economico e Sociale all’educazione. Il processo d’integrazione é stato e resta tutt’ora per i nostri emigranti e per i migranti extra-europei una tappa fondamentale, un delicato crocevia. E questo sia a livello psicologico che sociale.

(in Rivista Pedagogia Clinica-Pedagogisti Clinici, Edizioni Scientifiche ISFAR Firenze, n. 37/2017)

Join our
mailing list

to stay up date

Please enter a valid e-mail