“Ognuno è unico, non ce ne è un altro uguale a noi”
“Siamo tutti uguali”
Sono due concetti ribaditi e riproposti in vari ambiti, spesso insieme.
Ci fanno riflettere su verità riconosciute ed importanti… eppure sono contrastanti fra di loro.
Se sono unico come faccio ad essere uguale a tutti gli altri?
È la parola “uguale” che crea confusione.
Con essa si vuole intendere che partiamo da una base comune e che abbiamo pari diritti e pari doveri. Allora se si vuole essere precisi è più corretto introdurre il concetto “alla pari”.
Ognuno è unico, pertanto non siamo tutti uguali ma… “alla pari”.
Una volta chiarito ciò si evidenzia un’altra problematica sulla quale è opportuno soffermarci: non abbiamo molte occasioni per imparare a sentirci alla pari.
Da quando nasciamo, il nostro principale rapporto è con i genitori. Dipendiamo da loro, sono “Dio” per noi. Poi ci sono i fratelli e le sorelle ma anche lì c’è una gerarchia: chi è primo, chi è secondo, chi è femmina, chi è maschio. Poi andiamo a scuola: c’è il primo della classe, ci sono i secchioni, i bulli, quelli intelligenti e quelli lenti, quelli volenterosi e quelli svogliati.
Si tende a sottolineare la diversità non per testimoniare l’unicità di ognuno ma per creare competizione fino a generare fazioni ed emarginazione.
Lo stesso accade nel mondo del lavoro. L’amicizia e la coppia costituiscono l’unica vera possibilità di sperimentazione della parità.
Purtroppo anche in queste occasioni, il reciproco vissuto, la paura, la rabbia, i bisogni, ragioni sociali, culturali, religiose ostacolano tale esperienza.
Ma è proprio da tali rapporti che bisogna incominciare per imparare ad essere liberi, ad avere il diritto di pensare, esprimere, sentire, in una condizione di completa parità, nella propria unicità, nel proprio specifico ruolo.
Solo quando scopro che ho il diritto di poter esprimere anche una sciocchezza semplicemente perché è la mia, e me ne assumo la responsabilità, allora cresco dentro, evolvo personalmente e socialmente. Imparo che ho dei diritti e che posso pretendere che siano considerati. Imparo che ho dei doveri, delle responsabilità e che è necessario un impegno.
La vita assume un valore, mi do un valore.
Imparo ad accettarmi così come sono, imparo ad accettare gli altri così come sono.
Imparo il rispetto.
Si tratta di ingredienti utili e necessari per saper stare insieme, per condividere ed evolvere ancora.
Non siamo tutti uguali, ognuno ha le sue capacità, le sue specifiche caratteristiche ed hanno tutte una ragione di essere in una situazione di completa parità.
Non siamo tutti uguali, ma tutti alla pari.
Come abbiamo imparato a camminare, dormire, leggere, scrivere ed altro, possiamo imparare ed insegnare la parità.
Il metodo più semplice ed efficace per incominciare ad esercitarsi è il “dire grazie”.
Ringraziare chi ci dona qualcosa, non è solo una formalità o una convenzione cortese.
Ci permette di metterci alla pari.
Se qualcuno ci dona o ci dice qualcosa, l’azione va da questa persona a noi senza ritorno. Se noi ringraziamo, l’azione torna indietro e, così, restituiamo il gesto e ci mettiamo alla pari.
Ho parlato dell’importanza del dire grazie ad un gruppo di lavoro estivo di ragazze e ragazzi di età dai 7 ai 18 anni ed i risultati sono stati sorprendenti.
Hanno imparato a dirsi grazie a 360 gradi, non solo per le cose positive ma anche per quelle negative.
Per esempio, uno ha esternato sinceramente “Oggi non ti sopporto” e l’altro gli ha risposto con calma senza arrabbiarsi “Grazie per la sincerità”.
Il “dire grazie” ha permesso loro di sentirsi liberi di esprimersi senza giudizio, di sentirsi importanti, di essere ben disposti gli uni verso gli altri, di socializzare più facilmente, di riconoscere e condividere le proprie emozioni senza vergogna o remore, di gestire la rabbia e la paura, di rispettarsi a vicenda, di accettarsi, di affezionarsi fra loro, di fare gruppo.
Il sentirsi alla pari rende le persone più evolute dal punto di vista sociale e permette la creazione di società ideali.
Anna Ruocco
Pedagogista Clinico®

