Ho scoperto la Pedagogia Clinica grazie ad una locandina affissa nella scuola in cui insegnavo, in un piccolo paese in provincia di Matera. All’epoca, fine anni Novanta, il percorso formativo più vicino si teneva a Locorotondo e richiedeva una permanenza intensiva; per me che avevo tre figli piccoli, le condizioni di frequenza risultavano proibitive. Tuttavia, la locandina aveva destato il mio interesse: pensavo che la Pedagogia Clinica avrebbe potenziato le mie competenze nell’insegnamento e perciò, negli anni a seguire, di tanto in tanto, ricercavo informazioni in Internet sperando che il master fosse riproposto con modalità organizzative più agevoli per me. Finalmente il corso fu istituito a Bari con lezioni mensili nel fine settimana e non ci pensai due volte ad iscrivermi.
Ricordo bene il primo incontro, nel dicembre del 2002, a Bari; certo avevo già 43 anni, oltre vent’anni di esperienza nell’insegnamento nella Scuola Primaria, all’epoca Scuola Elementare, un’abilitazione all’insegnamento di Materie Letterarie nella scuola secondaria di 2° grado e non so più quanti corsi di formazione e aggiornamento sulle spalle, ma provavo le emozioni del primo giorno di scuola, un coacervo di entusiasmo, curiosità, dubbi e paure: mi apprestavo ad un’esperienza nuova, ma non era per me un po’ troppo tardi? E avevo davvero bisogno di impelagarmi in un percorso formativo così lungo avendo già un lavoro sicuro, una famiglia, molteplici altri impegni?
Ed eccomi in aula, insieme ad altre donne, alcune molto giovani, altre più avanti di me negli anni, che presto sarebbero diventate non solo colleghe, ma amiche, nel senso vero della parola. Ed ecco il Professore, l’artefice di tutto, Guido Pesci, il fondatore della Pedagogia Clinica, nuova scienza dalle radici antiche, ideatore di una nuova professione che portava avanti la prima lezione come un mattatore, alternando le battute alle profonde riflessioni e ben articolate argomentazioni.
Fu questa, per me, la grande sorpresa: la Pedagogia Clinica non era, come avevo creduto, una branca della Pedagogia limitata alla scuola e ai bambini, non riguardava l’insegnamento e la didattica, ma era una vera e propria disciplina autonoma che poneva al centro la persona nella sua unicità e complessità psicofisica per aiutarla nello sviluppo delle potenzialità e nella conquista di nuovi equilibri; la Pedagogia Clinica, inoltre, dava accesso alla pratica di una nuova professione grazie a modalità, tecniche e metodi del tutto nuovi ed esclusivi. Ma io avevo già un lavoro e non mi era possibile conciliare una doppia attività; il mio mondo era la scuola e nella scuola ho cercato di realizzarmi anche come Pedagogista Clinico®.
Nel corso della mia carriera di insegnante (adesso sono in pensione), ho fatto cose che, diversamente, senza la formazione pedagogico-clinica, non avrei saputo né potuto. Il titolo di Pedagogista Clinico® è stato subito riconosciuto ed apprezzato dai Dirigenti Scolastici con cui mi sono rapportata, un riconoscimento sostanziale, che mi ha dato la possibilità di dimostrare sul campo e con successo le possibilità di intervento di aiuto offerte dalla Pedagogia Clinica in ogni situazione: difficoltà e Disturbi Specifici dell’Apprendimento, Bisogni Educativi Speciali, ADHD, disagi emotivi ed affettivi, comportamenti oppositivi e provocatori, disturbi del comportamento alimentare, bullismo, genitorialità, inclusione. Nelle scuole in cui ho insegnato, sia elementari che secondarie di 2° grado, ho redatto e attuato progetti rivolti ad alunni, genitori e personale ATA, ho condotto percorsi formativi per gli altri docenti, interventi di aiuto in classi problematiche e percorsi di aiuto rivolti a singoli studenti, sono stata tutor di docenti neo-assunti e, per 4 anni, referente del “Gruppo di supporto per la prevenzione del bullismo e del disagio” attivato nell’ambito del Piano Ufficio Scolastico Regionale Basilicata (Direttiva del Ministro P.I. n. 16 del 05/02/2007); ho avuto incarichi di consulenza e di interventi pedagogico-clinici nell’ambito di Progetti C.I.C. e dei Progetti “Aree a rischio, a forte processo immigratorio e contro l’emarginazione scolastica” (CCNL Comparto scuola 2006/2009, art. 9); mi sono occupata del contrasto alla dispersione scolastica e per oltre un decennio ho assolto all’incarico di Funzione Strumentale preposta all’inclusione scolastica, al coordinamento del G.L.I. (Gruppo di Lavoro per l’Inclusione), alla prevenzione del disagio adolescenziale, al coordinamento dei docenti tutor. Negli ultimi due anni di insegnamento mi è stato attribuito il “Servizio di ascolto e consulenza pedagogico-clinica” rivolto a studenti, famiglie, personale docente e non docente. Ma, soprattutto, credo di aver dato il meglio nel lavoro quotidiano nelle mie classi, improntando il mio comportamento, l’azione educativa e il rapporto con gli alunni ai princìpi cardine della Pedagogia Clinica.
Ripercorrendo con la memoria il lavoro fin qui svolto, su una specifica esperienza vorrei soffermarmi un momento, per l’impatto, oserei dire esistenziale, che ha provocato in me. Riguarda il Servizio di ascolto e consulenza pedagogico-clinica svolto negli ultimi due anni prima che andassi in pensione nell’Istituto Tecnico in cui insegnavo. L’incarico mi è stato attribuito nell’anno scolastico 2019-20, poco prima della pandemia Covid. Dopo una fase di colloqui in presenza, a causa del lockdown ho dovuto continuare il servizio di ascolto da casa on line. Questa modalità mi ha indotta davvero a mettere a fuoco in maniera chiara e coerente tutto ciò che la formazione pedagogico-clinica aveva sedimentato in me. Davanti allo schermo, di fronte a ragazze e ragazzi, madri e padri che si collegavano su appuntamento per parlare con me delle loro difficoltà e sofferenze, ho avuto talvolta l’impressione di trovarmi faccia a faccia con il dolore e di essere impotente a lenirlo. Poi mi rendevo conto che qualcosa, comunque, potevo fare, perché la Pedagogia Clinica, oltre ai metodi ed alle tecniche, mi ha insegnato ad ascoltare, ad osservare, a non giudicare, a saper cogliere la disponibilità e a far leva sulle potenzialità, a pormi in atteggiamento di accoglienza sia pure in uno spazio virtuale. Nei due anni di questa esperienza il monitor del pc è stato come il piano trasparente della scrivania e, attraverso quel vetro, sono riuscita a “vedere” la persona, verificando, ancora una volta, la validità e la forza dei principi fondanti della Pedagogia Clinica.
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