Rossella Ciani Passeri

Vi racconto cosa è per me la Pedagogia Clinica Avevo appena terminato il mio percorso universitario essenzialmente di indirizzo filosofico. Lavoravo in un centro diurno comunale nel quale ero entrata tramite concorso. Scaduto il primo mandato dovevo affrontare un nuovo concorso per essere confermata. Quell’ anno al secondo concorso tutti i dipendenti più anziani avevano acquisito il diritto di di essere immessi in ruolo per effetto di una manovra di stabilizzazione. Quindi non fui confermata. Mi ero laureata con indirizzo interculturale, così iniziai a cercare lavoro come educatore interculturale, mi risposero :“non esiste”. Nel frattempo terminavo la specializzazione in consulenza pedagogica. Riflettevo su come mi sentissi impreparata nonostante gli anni di studio e l’esperienza lavorativa svolta. Forse il mio punto debole era la capacità pratica, la competenza che ti consente di dare soluzioni concrete. Una ex collega del comune mi aveva dato un volantino un anno prima che scadesse il mio contratto. Sancito il verdetto di non inclusione tra gli operatori comunali mi dovevo riorientare. Comprendere che strada prendere. Ripresi in mano il volantino che tempo prima mi aveva dato la collega, conservato tra vecchi documenti e libri di scuola: “Formazione per Pedagogista Clinico®” si leggeva. Stavo finendo la specializzazione in consulenza pedagogica in quel momento, per una questione economica non potevo pensare di impegnarmi contemporaneamente in una nuova spesa, soprattutto senza un lavoro stabile. Non mi iscrissi subito alla formazione, ma decisi che era solo questione di tempo. Così fu. L‘anno dopo migliorarono le mie condizioni di vita e questo mi consenti di accedere alla formazione. Ricordo il tempo della formazione come un percorso di crescita innanzi tutto personale. Un’ occasione di maturazione e di ritorno alla centralità della persona. Se si pone troppa attenzione al metodo unico o al sistema, si perde di vista la persona con i suoi interessi, con le sue molteplici dimensioni, con le sue specifiche disponibilità. Si agisce sul sistema perdendo l’obiettivo particolare. Lavorare senza obiettivo è la cosa più inutile e demotivante per un educatore. Oppure si applica una regola, sempre quella, non tanto per andare in aiuto alla persona, quanto per confermare la validità del metodo. Anche questo può essere sbagliato e indurre gli educatori a rivestire un ruolo privo di pietas nei confronti dell’altro. La Pedagogia Clinica è un sapere “dalla giusta distanza” e con la “necessaria coscienza” della complessità dell’ essere umano Dopo uno spazio di ascolto offre il coinvolgimento in un percorso. Utilizza tecniche di vario tipo perché un metodo c’è, ma è esso stesso articolato e complesso, sempre ispirato dalla molteplicità delle dimensioni dell’umano. Se devessi sintetizzare quanto ho imparato e ancora ripeto a me stessa lo direi con queste parole: connetterti particolare e universale, non perdere di vista la persona, fai tutto con passione e competenza.