Silvia Benvenuti

Verso la fine del 2000, nella scuola dell’infanzia dove insegnavo, lavorava anche una educatrice scolastica che spesso veniva chiamata, anche da colleghe con molta esperienza, per portare una riflessione e un parere su problematiche di gestione della classe o legate alle varie criticità che si riscontrano sempre più spesso nei bambini, anche in età prescolare. Ebbi modo, conoscendola, di apprezzare anche io il suo approccio ai bambini e agli adulti e, quando le chiesi del suo percorso di formazione, mi parlò del Master post-univeristario in Pedagogia Clinica che aveva seguito e che, oltre a fornirle i metodi e le tecniche specifiche di questa scienza, le aveva dato la chiave per utilizzare in modo innovativo anche le conoscenze e le esperienze pregresse. Mi iscrissi alla formazione e ricordo ancora l’entusiasmo delle prime lezioni rispetto ad una scienza che prometteva la possibilità di fare cose magnifiche: la voce del prof. Guido Pesci incantava me e gli altri corsisti con la sua energia e apriva orizzonti sconfinati di aiuto alla persona. Ricordo molto bene anche i dubbi e le tante incertezze che si sono succedute, insieme alla frustrazione di non ricevere “ricette”: ci venivano fornite in quantità esperienze, metodi e tecniche, ma non protocolli di intervento e questo in principio è stato destabilizzante. È stata l’esperienza, anzi sono state le tante esperienze, che hanno dato un senso a quell’assenza di protocollo ed hanno reso valore a quegli strumenti da sarto dell’educazione, capace di personalizzare i percorsi sui bisogni di ciascuno, sulle possibilità, abilità e disponibilità che si andavano a sollecitare con la partecipazione attiva della persona stessa. Destabilizzante è stato talvolta anche uscire dalla mia zona protetta, per sperimentare in prima persona metodi e tecniche, così come talvolta lo è stato vivere la vicinanza e la condivisione con corsisti di ogni età e provenienza: una crescita ed un arricchimento personale, prima che professionale, che ha inciso profondamente anche nelle relazioni quotidiane in famiglia e a lavoro. Il tirocinio poi, che ho avuto l’onore ed il piacere di svolgere con la professoressa Mani, ha sicuramente avvallato le possibilità intuite con la constatazione pratica degli effetti che questa scienza è in grado di produrre. Durante il tirocinio ho avuto inoltre la possibilità di riflettere sulle mie inclinazioni e sulle resistenze, che sono parte importante del processo di crescita che siamo chiamati a stimolare in chi si rivolge a noi e che è indispensabile conoscere, in modo che possano valorizzare e non ostacolare la relazione di cura. A questo proposito nel tempo ho avuto modo di constatare come la relazione di cura sia dinamica e bidirezionale e come il porsi accanto alle persone nel percorso di crescita sia nutrimento e arricchimento anche per il professionista. Una delle prime persone che mi ha contattata era una signora di almeno venticinque anni più grande di me e con una serie di esperienze lontanissime dai miei vissuti. Cercava aiuto per affrontare quelli che lei definiva “attacchi di panico”, che in diverse occasioni le avevano creato difficoltà e che quindi le impedivano di vivere serenamente. Ho pensato seriamente di indirizzarla a colleghi più esperti: temevo di non poterla aiutare e non mi sembrava corretto farle perdere tempo, poi ho deciso di dare un senso a tutte le esperienze e le conoscenze che il Master per la formazione di Pedagogista Clinico® mi aveva fornito, insieme a metodi e tecniche a marchio brevettato. Ho specificato in modo molto chiaro che il Pedagogista Clinico® non utilizza descrizioni nosografiche e che il percorso che potevamo fare insieme era di tipo educativo e non sanitario, che avrebbe avuto l’opportunità di cercare le proprie possibilità, abilità e disponibilità e che se durante gli incontri ci fossimo rese conto di avere bisogno del supporto di altre discipline, lo avremmo valutato onestamente insieme, in quanto il Pedagogista Clinico® dialoga e lavora spesso in team con altri professionisti. L’intervento con l’ausilio del metodo Reflecting® ha dato la possibilità a Tania (nome di fantasia) di sentirsi accolta, ascoltata e supportata. Il risveglio della disponibilità al contatto ha permesso attraverso il Bodywork® e le Immagini mentali di sostare con sé stessa e di rappresentarsi positivamente in divenire. L’energia e la curiosità ritrovate sono state fondamentali nel percorso e mentre nello studio trovava le modalità per riflettere su alcuni vissuti, ascoltarsi e raccontarsi, io crescevo con la sua esperienza e la vita di cui mi rendeva partecipe. In questi anni ho continuato ad aggiornarmi e seguire corsi di formazione oltre a confrontarmi con colleghi e professionisti diversi, potenziando sempre più il bagaglio di conoscenze pedagogico-cliniche. La necessità del costante nutrimento viene dalla consapevolezza di essere parte attiva del processo di cambiamento che il Pedagogista Clinico® è portato a cercare e promuovere non solo nel proprio studio professionale, ma anche nella propria persona, come prima cellula di una nuova società