Scelsi il percorso di formazione in Pedagogia Clinica (ISFAR 2003) per necessità, per potermi muovere meglio nel sociale, mettendomi nella condizione di poter promuovere e coltivare un lavoro che si potesse così tramutare in una passione. Il percorso di formazione per Pedagogista Clinico® fu come il trovare un sentiero da percorrere, non sapevo dove mi avrebbe portato, così mi affidai alla storia, a chi segnò il passo per il riconoscimento della professione, testimoniata da chi aveva avuto il coraggio di distinguersi e portare avanti il “differenziale” di sviluppo contro ogni tentativo di omologazione o fascinazione culturale del momento.
La scuola di formazione oltre che conoscenza e professionalità mi infuse “coraggio” e io potei coltivare quella dimensione emotiva che mi permise di superare gli aperti conflitti fra teorie, pratiche, tecniche dominanti.
Durante il mio percorso formativo fui spesso colta da domande che mi accesero nell’esplorazione del mio sentire quando guardavo, quando ascoltavo, quando mi mettevo in relazione con i contenuti veicolati e vissuti sulla mia pelle durante gli incontri previsti nei fine settimana.
Attraverso quell’esplorazione tra me e me, compresi allora che la “questione dello sguardo”, “dell’ascolto” e “della relazione” era diventata di primaria importanza e necessitava di essere ampliata.
In un tempo, quello odierno, dominato dalla ipertrofia della parola, dal distacco dal sentire, da immagini idolatrate, da frasi precostituite, da tecnicismi mancava qualcosa nello scenario professionale che rintracciai nel dare voce a quel “qualcosa altro” che invece si faceva sentire a fior di pelle durante gli incontri in aula. E fu così che la pedagogia clinica per me divenne una enorme opportunità per coltivare uno “sguardo” e un ascolto attento, paziente, sensibile e non riduzionistico che mi aiutò nel mio procedere nell’ambito della professione di aiuto alla persona.
Mossa da considerazione e comprensioni che misteriosamente affioravano in me sentii allora più che mai il desiderio di andare avanti, di approfondire, di conoscere nella potenzialità formativa riconosciuta le varie potenzialità ancora nascoste che allora potevo solo intravedere.
Non nascondo di essere stata colta da dubbi che imparai a sentire con molta prudenza come fa un esploratore in terra sconosciuta. Disequilibri che accolsi con attenzione come espressione di quel qualcos’altro che stavo contattando mi indussero a mettermi in relazione con altri sguardi, con altri modi di agire. Con piacere ritrovai la ricchezza e l’unicità del confronto, dell’andare insieme, del poter fare squadra con altre professionalità attraverso l’offrire nuove opportunità, confortata e supportata anche dal valore promosso nella scuola di formazione relativo al saper agire nella distinzione e nella definizione di una professionalità che accendeva un valore dimenticato.
Da quando iniziai a far vivere la Pedagogia Clinica attraverso anche il mio lavoro mi resi conto che piano piano potevo sempre di più ascoltare la mia voce interna, quella voce che spesso dimenticavo a favore di altre voci per me allora dominanti. Questo contatto o connessione profonda con il mio sentire mi ha permesso di vivere esperienze trasformative di abilità e competenze che sono affiorate nel tempo. Sempre di più gli strumenti e i metodi appresi stavano in me agendo da facilitatori per permettermi di diventare testimone dei cambiamenti che avrei assistito anche negli altri.
Stavo così tracciando una costellazione composta da stelle fisse che solo apparentemente erano immobili. Le stelle fisse divennero i capisaldi che ho tracciato nelle radici della Pedagogia Clinica intorno ai quali ho imparato ad articolare il mio lavoro quotidiano, ma pur restando punti fermi pur tuttavia mi inducevano a modificarmi grazie al piacere della ricerca e della scoperta continua che vivevo e vivo ad ogni incontro con le persone che si rivolgono a me.
Nei metodi, negli strumenti riconosco, sento e percepisco la presenza della storia ed è proprio nello Studio, un luogo sacro d’incontro che forze misteriose agiscono affinché si avvii un processo di cambiamento volto al riconoscere e riscoprire i potenziali umani persi, dimenticati, sepolti.
Ad ogni atto di riconoscimento dell’altro ad oggi sono solita sentire e far vibrare in me la memoria del fuoco, ovvero della scoperta e riscoperta del trovare e ritrovarsi come professionista che si muove seguendo orizzonti sempre più ampli e prospettive aperte. Attraverso questo agire progressivo attento, paziente, ho incominciato a documentare tramite diari di bordo le verità più prossime e più vicine delle persone che sono entrate ed entrano nel mio studio e attraverso la memoria narrata, scritta e rappresentata ho potuto accedere ad un maggior repertorio applicativo dei metodi e degli strumenti che riesco a combinare via via in modo più creativo nella pratica di lavoro. Tutto questo mi ha permesso di realizzare il mio sogno cioè rendere il mio lavoro una passione. Con gratitudine mi rivolgo al dott. Guido Pesci per aver permesso che il valore della Pedagogia Clinica ritrovasse nel tessuto sociale il suo posto, e con lui ringrazio gli insegnanti che con grande maestria mi hanno accompagnato.
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