Solitudine e inclusione sociale

di Marta Mani

 

“Mi hanno lasciato solo”. Questa è la frase che sento assai spesso nel seguire soggetti in difficoltà che chiedono un mio aiuto; è la sofferenza di un essere sociale, condizionato da comportamenti etici collaborativi, che non può fare a meno degli altri, e che si scopre evitato, eluso, isolato. Non per timidezza e apatia o asceta per meglio idealizzare le proprie idee, ma per vicende dovute a ostracismo da parte dei coetanei, e che lo portano a risiedere nel dolore per l’esclusione. Barriere all’aggregazione che fanno tracimare nella solitudine e nella sofferenza e che creano immagini di sé, di una condizione umana che, se non trova un valido aiuto, rischia di allontanarsi sempre più dalla fonte originaria interiore e di tradursi in una disconnessione dall’appartenenza collettiva. Sono soggetti la cui solitudine li porta a reazioni le più disparate e a volte le più paradossali. L’individuo, afflitto da grida di intimo dolore  o da silenzio catastrofico per le situazioni che non riesce a gestire, per non sentirsi solo, contrappone alla solitudine un mondo disseminato di immagini ed affastellato da azioni incontrollate; compromesso dalla tracimazione del bisogno, crea elaborati immaginativo fantasmatici, costruzioni  mentali filmici sostenute da eventi implacabili o insulsi, confusi con il trepidare dei silenzi.

Il soggetto “lasciato solo”, chiuso nella sua solitudine, soffocato da uno tra i più subdoli dei reati qual è la violenza morale diretta alla degradazione nei rapporti interpersonali, non fa cronaca nei quotidiani, né richiama l’attenzione della politica.

Escluso dal gruppo, aggredito dal sapore dell’esilio o del confino, personalmente e socialmente indifeso, emarginato nella solitudine, egli è ad alto rischio di deviazioni comportamentali. A causa della degradazione della sua posizione sociale i suoi  processi elaborativi trovano spazio nei meccanismi della reazione compensatoria, in  reazioni con cui tenta di superare le difficoltà, erige diffidenza, apprensione, costretto in una moral insanity, struttura esigenze di attenzione, compensate con manifestazioni di eccitabilità, prepotenza, azioni di dominio con la forza. Adesso e solo adesso, per ciò che è accaduto, si interessa la cronaca, e anche la politica si sveglia dal torpore, ma il giornale il giorno dopo offre altre notizie e la politica confina in inedia elaborativa le decisioni da prendere. Il solitario, soggetto reso solo, isolato dagli altri, è a rischio di deviazione dalla norma sociale, la comunità è in obbligo di sostenere quell’azione educativa adatta a vincere le tante deviazioni dalle norme sociali e le loro conseguenze.

Si riconosce perciò all’intera società e non solo ad alcuni microcosmi che la compongono, come la scuola e la famiglia, dove tuttavia la  cromaticità educativa deve prevalere, la responsabilità di rendere ogni soggetto educante, capace di creare atmosfere di collaborazione, di intesa e di scambio

Nell’intervenire a favore del “solitario” ci rende consapevoli che le manifestazioni comportamentali trovano radice nell’ambiente e nell’educazione. Il problema della Moral Insanity, del resto nasce dall’ambiente in cui il soggetto ha assunto un proprio modo di agire, elaborato per difendersi in risposta alle difficoltà incontrate, e che  possono essere divenute ancor più pesanti se fatto oggetto di emarginazione. Ciò che non può sfuggire è che tutto ciò che concorre  alla formazione dell’individuo si basa sull’esempio apportato dagli altri, sulle suggestioni che riceve ed accoglie. Se gli esempi che ogni soggetto riceve sono di collaborazione e di intesa, sostenuti da un criterio simpatetico egli sarà portato verso questo stato d’animo.

L’individuo è un essere imitativo che raccoglie, riceve e assorbe  modi di fare e di vivere, ed agisce in conformità delle impressioni che fa proprie, se bravi educatori, dovremmo perciò conoscere le impressioni negative e ovviare ad esse, sapere che non possono dare buoni risultati le regole intese come alternativa al compito educativo e che sono invocate da quelle persone che non hanno fiducia in se stesse, come pure che le minacce diminuiscono la confidenza e la fiducia, ancorché le punizioni sono una barbarie e sempre dannose, come dannosa è una educazione rigida e autoritaria che serve soltanto a creare fratture. Un bravo educatore sa che l’umiliazione crea solo risentimento e che coloro che inciampano non dovrebbero essere calpestati ma aiutati a rialzarsi, dovrebbe conoscere quanto danneggino il prestigio le parole aspre e la derisione così come le valutazioni e le classificazioni di cui, ad esempio nella scuola, si fa grande abuso: pigro, svogliato, disattento, immotivato, cialtrone, disubbidiente, vandalico…

Bene, se ci interroghiamo quanto siamo disponibili ad assurgere a modalità educative come queste e ne ricaviamo un niet perché nella nostra quotidianità non vi riusciamo, significa che abbiamo scoperto le nostre responsabilità di educatori incapaci a trasferire immagini positive e a destinare figure affettive importanti e significative. L’educazione orientata a creare condizioni favorevoli contro un’influenza ambientale dannosa, è complessa e difficile, per questo l’insegnante che trascorre tanto tempo con i nostri bambini e ragazzi dovrebbe avere una formazione che gli permettesse di promuovere idonee riflessioni sul proprio essere e sul proprio esistere e di assumere  una coscienza e padronanza di sé. L’educazione degli allievi del resto non si raggiunge con l’insegnamento, si raggiunge in una dimensione relazionale, saper accogliere l’altro con il sorriso, il contatto che suffraga l’elogio, la carezza che accoglie, l’ascolto e l’aiuto a farlo sostare in riflessione affinché sappia trovare risposte da se stesso per se stesso in un clima referente.

Da Pedagogista Clinico® ho incontrato persone che hanno cercato di attenuare la loro sofferenza per la solitudine delegando a Dio il compito di aiutarli, altri che si sono riversati a disciplinare la propria vita nel rispetto ossessivo delle norme morali, e pure soggetti che avevano costruito intese con altri in situazioni similari, altri ancora che facendo i conti con il proprio vuoto interiore si sono orientati verso un cruento riscatto. Tuttavia questi hanno avuto il coraggio di chiedere aiuto. Personalmente vorrei che nessuno avesse bisogno di un aiuto specialistico e che trovasse una società educante che accoglie e sostiene. Ancora tutta via, nonostante le speranze, non sostenuti da ottimismo per un cambiamento prossimo e certo, continuiamo ad avere l’obbligo di soddisfare le richieste dei singoli per aiutarli a tornare a vivere il sociale come un ambiente di vita, capaci di consapevolezza e responsabilità; una formazione pedagogico clinica dell’uomo, indispensabile nutrimento educativo realizzabile già fin dall’infanzia per alimentare ciò di cui egli deve tornare a recuperare, il mondo intorno a sé, che si è ampiamente confuso e disperso. Si tratta di un intervento di aiuto pedagogico clinico posto sui contorni di un cambiamento di prospettiva per generare espressioni di piacere e vivere in una condizione di serenità fino a intessersi nella trama della felicità. Un processo per una vita felice che trova nella Pedagogia Fantasmagorica, branchia della Pedagogia Clinica  , una occasione sostanziata dallo stretto inscindibile rapporto fra immaginazione e azione, quel presupposto che immaginare qualcosa trova il valore di prepararsi ad essa, preparazione che tende poi a realizzarsi nell’azione. I metodi fantasmagorici intessuti di questo principio e che noi utilizziamo, sono capaci di stimolare nella persona forme di pensiero profonde e complesse per favorire l’evoluzione di modelli necessari ad affrontare la realtà interiore, muovere verso il superamento dei disagi e sviluppare la fiducia nelle proprie risorse.

L’esposizione delle fantasmagorie investite nei nostri interventi sono un sicuro esempio di un processo da seguire per soddisfare negli individui “in solitudine”  i loro bisogni. Al  sociale e alla scuola in particolare si impongono altri obblighi per far vivere ciascuna persona in un clima di rispetti e di conseguenti equilibri e dare attuazione ai principi che sostanziano il termine “inclusione”.

(in Rivista Pedagogia Clinica-Pedagogisti Clinici, Edizioni Scientifiche ISFAR Firenze, n. 36/2017)

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