Tatiana Ruaro

Questa testimonianza personale sul percorso di formazione prima, e dell’esercizio della professione poi, in Pedagogia Clinica, come esempio del potenziale impatto che tale approccio può avere tanto a livello individuale quanto sociale.
Nonostante il percorso formativo universitario in ambito pedagogico mi avesse presentato il Pedagogista come una figura professionale con un importante ruolo apicale in diversi contesti, la realtà lavorativa con cui mi sono confrontata si è rivelata ben diversa.
Inizialmente ho faticato a trovare sbocchi coerenti con la mia formazione e le mie aspirazioni, ritrovandomi, invece, per i primi anni, impiegata presso l’azienda di famiglia. Solo per poche ore settimanali svolgevo un doppio lavoro che mi permettesse di sperimentare la professione educativa, anche se non ero pienamente soddisfatta, perché il ruolo era molto diverso da quanto mi aspettavo, tanto da non richiedere nemmeno una laurea. Per poco tempo infatti ho rivestito la mansione di istruttore educativo presso le scuole, per alunni con disabilità sensoriali.
Tuttavia, la scarsa conoscenza della figura del pedagogista e la frequente associazione erronea con il solo contesto dell’infanzia, unita alla difficoltà di affermarmi, mi hanno portato a vivere una profonda crisi personale e di sfiducia.
Osservai, infatti, delle criticità che la professione del pedagogista deve affrontare nel panorama lavorativo italiano, ma anche le potenzialità e prospettive future per un pieno riconoscimento di questo ruolo, cioè dentro di me pensavo che allora c’era davvero molto lavoro da fare e questo pensiero mi diede un rinnovato entusiasmo.
Nel 2010, pochi mesi dopo la nascita della mia prima figlia e in piena crisi economica, recuperai un’informazione di un amico, che frequentò un corso post-laurea focalizzato su metodologie e tecniche della Pedagogia Clinica.
Quel corso risvegliò in me l’aspirazione, coltivata sin dagli studi universitari, di poter essere concretamente d’aiuto alle persone grazie all’approccio educativo. Un’ambizione che nel frattempo, data la difficoltà di affermarmi professionalmente, si era affievolita, lasciandomi demotivata.
Inizialmente presi in considerazione anche l’ipotesi di intraprendere un nuovo percorso di studi in Psicologia, per ottenere titoli più spendibili nel mondo del lavoro. Tuttavia, optai per potenziare le competenze pedagogiche già in mio possesso, non essendo certa di riuscire a sostenere un ulteriore impegno accademico.
Fu in tale contesto di crisi personale e tumulto emotivo che ebbi il mio primo incontro con la Pedagogia Clinica presso l’ISFAR, rivelatasi non solo fonte di nuove metodologie concrete da applicare professionalmente, ma soprattutto un percorso di rinascita e ritrovata motivazione.
Oggi l’impegno che metto in questa professione si può anche osservare dalla grande consapevolezza che sia possibile risollevarsi in qualsiasi momento della vita, attraverso impegno e duro lavoro su se stessi, riscoprendo le proprie aspirazioni più profonde.
Esercito oggi la professione di Pedagogista e Pedagogista Clinico® con rinnovato entusiasmo e consapevolezza del delicato ruolo che ricopro. Comprendo che chi si rivolge a noi vive spesso una condizione di disagio e sofferenza, non intravedendo soluzioni o via d’uscita.
L’approccio della Pedagogia Clinica, nella sua grande semplicità, ma solo apparente, permette di osservare in profondità la complessa realtà del singolo, fornendo gli strumenti per entrare in punta di piedi e con sensibilità nel suo mondo e nei suoi vissuti, fino ad accompagnarlo a sciogliere resistenze al cambiamento se ne osserviamo la disponibilità.
Ritengo inoltre che la figura del Pedagogista Clinico® possa sopperire a visioni talvolta parziali di altri ambiti, integrandole efficacemente con la propria prospettiva educativa, evitando così di medicalizzare situazioni di disagio che fanno parte del vissuto individuale e collettivo.
Come Pedagogista Clinico® intervengo in diversi contesti: dalla genitorialità, alle difficoltà educative e scolastiche, a quelle relazionali in ambito personale, familiare e lavorativo. Lavoro con adolescenti alle prese con la costruzione del proprio progetto di vita. Svolgo attività di formazione rivolta a insegnanti motivati a non perdere la dimensione pedagogica, specializzandosi esclusivamente nella didattica. Il mio impegno professionale è oggi indirizzato a tutti questi aspetti, con la convinzione di ricoprire un ruolo sociale oggi più che mai necessario.
Desidero concludere questa testimonianza ringraziando di cuore tutti coloro che quotidianamente si impegnano per valorizzare la Pedagogia Clinica e farne comprendere il ruolo insostituibile, contrastando il rischio di un’eccessiva medicalizzazione del disagio.
In particolare, esprimo la mia stima e gratitudine al Consiglio Direttivo, ai docenti appassionati di Pedagogia Clinica che ho incontrato in questo percorso, al Direttore Regionale per il Veneto per il suo fondamentale lavoro di rete, e a tutti i soci per la proficua collaborazione.
Un ringraziamento speciale va infine al professor Guido Pesci, padre della Pedagogia Clinica. Ringrazio il prof. Guido Pesci per aver posto le basi epistemologiche di questo prezioso approccio con il suo ingegno e la sua dedizione, costante e incessante ricerca. Egli ha ispirato me e molti altri, ad abbracciare questa disciplina con umiltà e consapevolezza, riconoscendone le radici storiche pur valorizzandone gli sviluppi contemporanei.
Auspico che l’impegno e la passione di figure come il professor Pesci possano assicurare alla Pedagogia Clinica il riconoscimento che merita all’interno del panorama scientifico, a beneficio della società intera.